Radici ed ali: appartenenza e indipendenza

Radici ed ali: appartenenza e indipendenza

di Gianluigi Giacconi – psicologo

(tratto da BioGuida n.32 – Primavera 2011)

In un ottica di approfondimento dei presupposti del pensiero integrativo e della capacità di coltivare l’equilibrio o, come direbbe Einstein, della capacità di tenere uniti gli opposti più a lungo, vorrei sviluppare il tema della relazione tra la spinta all’appartenenza e quella verso l’indipendenza.

Come la paura e l’amore, rappresentano due forze complementari ed opposte: una centripeta e conservativa, l’altra centrifuga e rivoluzionaria. Questi due aspetti, dello yin e dello yang, riguardano le nostre relazioni con gli altri, la famiglia e la società. Il loro non facile equilibrio è un fondamento essenziale del buon funzionamento della società, ma è anche alla base di un buono stato di salute ed armonia interiore.

Cerchiamo di comprenderne i presupposti: quando un bimbo nasce, la sua sopravvivenza e la sua educazione, perfino la definizione della sua identità, dipendono in toto dalla famiglia di origine e dalla madre in primis. All’inizio nella fase simbiotica, fino allo svezzamento e spesso anche oltre, il bimbo non ha ancora un Io definito e ben distinto da quello materno, spesso si guarda stupito le mani o i piedi, inconsapevole che sono suoi. In questo caso l’appartenenza al nucleo familiare è fonte di sicurezza, protezione, cura, fiducia, possibilità di rilassarsi, trovare nutrimento, apprendere le regole per sopravvivere ed adattarsi all’ambiente ed evitare così i pericoli e il disadattamento.

Ma, il processo di individuazione dell’io, di caratterizzazione della propria individualità, di differenziazione e specificazione delle singole potenzialità e talenti, incomincia presto. Il bimbo vuole provare “da solo”, cerca spontaneamente di affermare la propria indipendenza di azione, di scelta e di pensiero. Questo fenomeno necessario e naturale tende a manifestarsi in modo evidente e a volte esasperato nel periodo della pubertà e dell’adolescenza, dove però il bisogno di appartenere spesso si sposta a livello non più familiare ma gruppale o sociale (io sono: un dark, un rasta, un ciellino, uno sportivo, di destra, sinistra, pacifista, etc.). con gli eccessi di trasgressione, ribellione, rifiuto delle autorità, tipiche di questa età, che vanno comprese, aiutate e incanalate in modo costruttivo da chi è vicino. Intorno ai ventuno anni, la vecchia maggiore età di una volta, è possibile osservare una ulteriore fase evolutiva di individuazione e di orientamento alla identificazione del sé, nelle sue manifestazioni artistiche, culturali, professionali, morali e affettive. Questo processo di evoluzione e realizzazione del sé, prevede una adeguata capacità di discernimento dei modelli, dei valori e principi familiari e culturali acquisiti, distinguendo in maniera auto centrata quelli ritenuti attualmente o generalmente validi, utili e convenienti a quelli invece limitanti, castranti, condizionanti, auto ed etero distruttivi; secondo il proprio sentire e il proprio livello di coscienza. L’equilibrio fra il vecchio e il nuovo, la saggezza di ciò che è antico e la creatività di ciò che è moderno, innovativo, permette la conservazione della specie e della cultura e l’evoluzione individuale e sociale. Come un albero per crescere, fiorire, fruttificare, evolvere e realizzare il proprio potenziale ha bisogno di un terreno ricco, nutriente e solido dove sviluppare radici potenti e sicure che permettono alle fronde di espandersi, così è per l’uomo. I condizionamenti, la scarsa consapevolezza di sé e del proprio scopo nella vita, la paura dell’ignoto e del cambiamento, il conflitto con le figure parentali o le autorità reali o percepite come tali, oppure eventuali traumi subiti in età precoce, possono causare squilibri in questo delicato rapporto tra appartenere, uniformarsi, essere “buono” e invece lo spirito libero di autoaffermazione, indipendenza, di svincolo dai legami. Da questi squilibri nascono profonde problematiche intrapsichiche, caratteriali e comportamentali, di relazione con il sé, le proprie radici (paterne e materne) con le istituzioni, il lavoro. Con i rapporti interpersonali in genere. È bene, in un lavoro interiore, comprendere gli aspetti sani e quelli nevrotici che si hanno in relazione al nostro vivere questi due aspetti dell’essere e riuscire ad integrarli tra loro.

 

L’APPARTENENZA

Se abbiamo avuto o percepito di aver ricevuto una buona educazione nella nostra infanzia, ci è rimasto impresso nel profondo un senso di positività e di gratitudine nei confronti delle nostre origini, delle nostre radici che è fonte di sicurezza e amore. Ci sentiamo sostenuti, protetti, dall’esperienza di chi ha vissuto ed è sopravvissuto prima di noi. Ma se i modelli educativi e culturali si sono basati su un eccesso di autorità e controllo, scarsa motivazione all’autostima e all’autodeterminazione, anche con strategie iperprotettive o umilianti, la personalità può sviluppare un atteggiamento disturbato della personalità e dei meccanismi di difesa orientati alla dipendenza e all’inibizione del sé. Questo limita la spontaneità (capacità di agire di propria sponte, deliberatamente), la creatività e l’espressione del proprio potenziale individuale, l’autenticità, le capacità di porsi obiettivi propri indipendenti dalla volontà familiare. Crea un attitudine al controllo, alla contrazione, all’annullamento di sé. La persona s’impigrisce, smette  di pensare e di ascoltarsi, ha paura eccessiva di cambiare, soffre disperatamente le perdite e gli abbandoni, tende a sottomettersi passivamente alle richieste degli altri. Con diversi livelli di gravità questa risorsa, l’appartenenza, può diventare un problema.

 

L’INDIPENDENZA

Un albero senza radici, non si regge, non ha piedi ben piantati per terra, gli manca sostegno, calore e nutrimento. Il sacrosanto diritto alla propria individuazione e all’espressione libera del sé, non può realmente avvenire in una situazione di rifiuto o assenza di radici comprese, accettate,  amate e integrate. Spesso la ribellione e il rifiuto totale delle radici o la sensazione di non averle o comunque di non poterci contare, può portare a tutta un’altra serie di problematiche personali e relazionali. Pur essendo auspicabile nascere in una famiglia e in una cultura rispettosa delle libertà individuali, che ci permetta di sbagliare da soli e di scegliere con autodeterminazione, aiutandoci a imparare l’interdipendenza con gli altri, l’eccesso di queste spinte centrifughe crea uno squilibrio che può portare a: senso di isolamento e di abbandono, egocentrismo,  antisocialità  auto ed etero-distruttività, dissociazione. Come risultato evidente, nel caso di un paziente, cresciuto con una forte sensazione “orfanesca” di non essere amato e sostenuto dalla madre, a sua volta giovanissima orfana di madre (quindi con una grossa mancanza di radici generazionale) che, in una scelta di indipendenza giovanile e ribelle a tutto, è però divenuto dipendente da alcool e stupefacenti, ricercando in questi quel calore, quel sostegno, quella pace che non riusciva a  vedere e a trovare in casa. Spesso questo eccesso di separazione crea una chiusura di cuore, un senso profondo di distacco, di solitudine, di depressione, sfiducia, difficoltà a creare o a restare dentro a legami affettivi e relazionali duraturi e sani, inaffidabilità, rifiuto delle regole e dell’autorità.

 

CONCLUSIONI

Le caratteristiche individuali e temperamentali di noi esseri umani ci possono rendere inclini più ad uno spirito da coloni o da pionieri, da conservatori o da rivoluzionari, da custodi o da inventori e ciò rende varia e meravigliosa la vita, nell’equilibrio continuo e necessario fra l’essere e il divenire. La virtù dello stare nel mezzo, del cercare in modo originale la propria libertà in armonia e con gratitudine per quello che già esiste di buono, è un processo continuo di crescita e adattamento che ci sprona ad integrare il “padre” e la “madre”, lo spirito che discerne e separa con l’amore che fonde ed unisce, soma e psiche, interno ed esterno, alla ricerca dell’unità che ci completa e forgia. Per riuscire nel difficile compito di “essere nel mondo, senza essere del mondo”. Sapendo, allo stesso tempo, stare insieme e da soli.