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Nuova Delhi, 8 maggio (Adnkronos) - La Cina si è mostrata disponibile a cercare un terreno comune per risolvere i problemi legati al Tibet malgrado le differenze emerse nel confronto con i rappresentanti del governo tibetano in esilio. A dichiararlo è stato un inviato del Dalai Lama, riferendo dei colloqui avuti con rappresentanti di Pechino.
"Sono emerse visioni forti e divergenti sulla natura e sulle cause dei recenti tragici avvenimenti in Tibet", ha riferito Kasur Lodi Gyaltsen Gyari, inviato speciale del Dalai Lama, commentando l'incontro avuto a Shenzhen il 4 maggio scorso. "Questi punti di vista sono stati espressi in modo franco e onesto", ha aggiunto con una dichiarazione diffusa a Dharamsala, in India, dove hanno sede il governo tibetano in esilio e il Dalai Lama.
Tuttavia, "malgrado le evidenti differenze su questioni importanti, le parti hanno manifestato la volontà di cercare un terreno comune nell'affrontare le questioni in discussione. Sotto questo aspetto, ognuna delle due parti ha formulato alcune proposte concrete che possono entrare a far parte della futura agenda".
L'inviato del Dalai Lama ha quindi parlato di un accordo per il proseguimento dei colloqui in modo formale, precisando che la data del prossimo incontro - il settimo, contando dal 2002 - verrà messa a punto presto sulla base di reciproche consultazioni.
Durante i colloqui di Shenzhen, Lodi Gyari ha categoricamente respinto le accuse secondo cui dietro le violenze in Tibet si nasconde il Dalai Lama, e secondo cui il leader spirituale tibetano starebbe cercando di sabotare i Giochi Olimpici. La crisi, ha invece obiettato, è stata "un chiaro sintomo del profondo rancore e risentimento" dei tibetani nei confronti delle "politiche sbagliate" adottate dalle autorita' cinesi.
I rappresentanti tibetani hanno quindi chiesto di porre fine all'"attuale repressione" in Tibet, di rilasciare i prigionieri, di garantire le cure necessarie ai feriti e l'accesso ai visitatori, tra cui rappresentanti dei media. Lodi Gyari ha chiesto in conclusione la fine della "campagna di rieducazione patriottica" avviata dalla Cina.
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