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ANSA 17-03-2008 (Beniamino Natale)

PECHINO - Oggi (lunedì 17 marzo) mentre stava per scadere il minaccioso ultimatum lanciato ai "ribelli" di Lhasa (fissato per la mezzanotte locale, le 17 in Italia), il governatore del Tibet Qingba Puncog ha convocato in tutta fretta una conferenza stampa per dire che la polizia non ha sparato un colpo a Lhasa, che l'esercito non è mai intervenuto e che le vittime sono in tutto 13, "pacifici cittadini", verosimilmente di etnia cinese han, "bruciati vivi e accoltellati dai teppisti sostenitori del Dalai Lama".

Le dichiarazioni di Puncog contraddicono quelle di decine di testimoni secondo i quali è vero che giovani tibetani hanno attaccato negozi e ristoranti dei cinesi e cittadini indifesi ma é vero anche che in seguito la polizia è intervenuta in forze appoggiata da mezzi corazzati dell'esercito e che colpi di arma da fuoco si sono sentiti per tutto il pomeriggio di venerdì 14 marzo e la mattina di sabato 15. "So che ci sono molte voci e che i mezzi d'informazione stranieri hanno parlato di 35, 50, 70 e anche 80 morti a causa di questi incidenti" - ha proseguito il governatore - "ma oggi vi posso dire responsabilmente che sono notizie infondate". Per quanto riguarda la "eventuale morte di alcuni sospetti criminali", ha proseguito Puncog, "ci sono alcuni che hanno resistito all' arresto, per esempio tre di loro sono saltati giù da un edificio". A Dharamsala, in India, esponenti del Parlamento tibetano in esilio hanno sostenuto che gli incidenti che si sono verificati "a Lhasa ed in altre zone del Tibet...hanno portato alla morte di centinaia di tibetani...".

I parlamentari hanno poi precisato di aver avuto la conferma di ottanta vittime, 26 delle quali sono state uccise sabato da agenti delle forze di sicurezza nei pressi della prigione di Drapchi, a Lhasa. Samdhong Rinpoche, capo del governo in esilio, ha chiarito: "penso che il bilancio sia intorno alla cifra di cento vittime". "E' molto difficile - ha spiegato - avere un conto preciso, per esempio abbiamo una persona che in un solo obitorio ha contato 68 cadaveri". Samdhong ha ripetuto l'appello lanciato ieri dal Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio in India dal 1959 per un'inchiesta internazionale sui fatti del 14 marzo. A Lhasa oggi tibetani e cinesi sono usciti dalle loro case normalmente per la prima volta da venerdì e le attività si sono avviate a riprendere il loro corso normale benché siano proseguiti i massicci pattugliamenti della polizia e le principali strade siano controllate dai mezzi blindati dell'esercito. Gli stranieri sono rimasti chiusi nei loro alberghi.

L'ultimatum lanciato dalla polizia di Lhasa ai ribelli, che devono arrendersi oppure andare incontro a "severe" conseguenze, é scaduto senza effetti visibili sul terreno, finora. In altre zone del Tibet le proteste continuano. Manifestazioni e scontri si sono verificati nei giorni scorsi nelle aree tibetane delle province del Gansu, Qinghai e Sichuan dove, secondo il gruppo filotibetano Campagna Internazionale per il Tibet, almeno otto persone sono state uccise quando la polizia é intervenuta per disperdere una manifestazione di migliaia di monaci e civili tibetani. In serata, una manifestazione di solidarietà è stata organizzata da un centinaio di studenti tibetani dell'Istituto per le Minoranze di Pechino, nel primo raduno del genere di cui si ha notizia nella capitale. I giovani si sono seduti per terra con una candela in mano, in una veglia di "preghiera per le anime dei morti", hanno spiegato. Dall'estero sono piovute condanne e appelli alla Cina ad esercitare "moderazione".

Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha invitato Pechino a trattare col Dalai Lama. Il governo olandese ha convocato l'ambasciatore cinese a L'Aja per esprimergli la "profonda preoccupazione" per il trattamento dei tibetani dopo la rivolta di venerdì.

Amnesty International ha fatto sue le richieste di un'inchiesta internazionale. In serata, nella seconda conferenza stampa convocata in fretta e furia della giornata, il portavoce del ministero degli esteri Liu Jianchao ha respinto l'idea dell' inchiesta e ha chiesto che le ambasciate cinesi all'estero siano protette dagli attacchi degli "attivisti per l' indipendenza" del Tibet. L'Unione Europea, pur dichiarandosi "estremamente preoccupata" per gli avvenimenti nel Tibet, ha respinto l'idea del boicottaggio delle Olimpiadi lanciata da alcuni gruppi umanitari.



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