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Valenze filologiche dei simboli Reiki PDF Stampa E-mail

Ma veniamo ai simboli e alla loro identificazione. Il 1° simbolo Reiki viene utilizzato dalla corrente scintoista Mykkio e dalla corrente Ko-Shinto, oltre ad essere utilizzato largamente nel buddismo esoterico (quindi probabilmente sanscrito). Il suo suono, o mantra, non ha un significato corrente nella lingua giapponese. La sua traduzione più corretta pare essere “spirito (energia) diretta”. Il 2° simbolo è riconducibile al buddismo e pare diffuso nei templi giapponesi. Non ha corrispondenze nella calligrafia giapponese o cinese, mentre il mantra può essere associato ad una traduzione letterale puttosto controversa: la traduzione più corretta pare risuonare “spirito tranquillo”. La provenienza sembra di origine sanscrita. Il 3° simbolo Reiki è un insieme di kanji, ideogrammi che formano una successione di significati. I segni sono stati trasformati per “concatenare” meglio il simbolo formato da 5 kanji originari, tutti identificabili ma il cui significato contrasta con quello complessivo del mantra, che è formato da un suono non immediatamente corrispondente alla pronuncia dei singoli ideogrammi. Il simbolo è sicuramente quello che ha subito la maggiore manipolazione e trasformazione da parte di Usui e sembra riconducibile alla corrente scintoista Ko-Shinto. Il 4° simbolo sembra chiaramente un simbolo buddista cinese. E’ formato da 3 ideogrammi identici sia in cinese che in giapponese, tutti dotati di senso compiuto e perfettamente coincidenti con il significato del mantra, tradotto Grande Luce Risplendente, il cui suono è quello degli ideogrammi giapponesi corrispondenti. Ha però una valenza “poetica”, astratta, cioè non di uso comune quotidiano (come potrebbe essere una rima di una poesia in italiano). Non essendo possibili ulteriori approfondimenti in queste pagine, diventa forse opportuno aprire una breve parentesi sulle forme di scrittura. La calligrafia giapponese deriva da quella cinese, pure essendo le due lingue completamente differenti. La scrittura (cinese) venne introdotta in Giappone solo nel III secolo d.C. e il suo utilizzo e apprendimento si diffuse a partire dal VI secolo. Dal IX secolo in poi si sviluppò un sistema proprio e particolare, formato dagli attuali alfabeti fonetici katakana e hiragana (assieme chiamati kana), oltre ai 1945 kanji cinesi fondamentali che rappresentano la base culturale di ogni giapponese scolarizzato moderno.



 
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