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Tutti siamo già la roccia che contiene il diamante, ma solo attraverso la disciplina della pratica possiamo ripulire, levigare, la nostra pietra. Così pratichiamo Zazen non per ottenere qualche cosa - difatti la nostra pratica è mushotoku (senza spirito di ottenimento, né scopo) - piuttosto per riportare alla luce il nostro tesoro nascosto. Questa è la risposta di Dogen Zenji alla sua grande domanda che lo aveva spinto fino in Cina: “Se tutti siamo Buddha risvegliati, perché dobbiamo lavorare praticando sul sentiero del Buddha?”. Nel momento del Satori (Illuminazione) il Buddha si è risvegliato insieme a tutti gli esseri, tutto si è realizzato contemporaneamente a lui. Se partiamo da questo atto di fede, credere diventa comprensione. Non c’è separazione: credere e comprendere è tutt’uno e i due elementi si sviluppano e si alimentano a vicenda. Allora lo sforzo quotidiano di praticare Zazen, e di vivere rispettando i Precetti buddisti, sarà confortato dal sentirsi uno con tutto ciò che ci circonda, uno con tutti i Buddha del passato, presente e futuro, sostenuti ad ogni passo dall’intero universo. Praticare Zazen è lasciar cadere mente e corpo in hishiryo (il pensiero oltre il pensiero): pensare senza pensare, nella coscienza assoluta, non mentale. Lasciare che i pensieri attraversino la nostra mente con la coscienza universale che segue l’ordine cosmico, oltre ogni giudizio e dualismo: “Quando lo spirito non dimora su nulla, il vero spirito appare”. Dogen Zenji nel sesto paragrafo del Genjokoan (Divenire l’essere) scrive: "Conoscere la Via è conoscere se stessi, conoscere se stessi è abbandonare se stessi, abbandonare se stessi significa riconoscersi in tutte le esistenze" .Ed è a questo che dobbiamo risvegliarci: alla realtà ultima della nostra vita, come hanno fatto il Buddha storico e tutti gli Antichi Patriarchi. Dobbiamo ritornare alla vacuità, che non è il nulla nichilista, bensì l’autentica natura di tutti i fenomeni che esiste ovunque, in quanto tutto ciò che ci circonda e ci costituisce è in relazione di interdipendenza. Questo abbandonare le nostre categorie mentali penetrando la vacuità nello spirito di interdipendenza, oltre il nostro sé intrinseco – che è la falsa coscienza dell’io soggettivo separato da tutto il resto – è lo spirito di hishiryo in armonia con il fluire dell’intero universo. |
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Tutti siamo già la roccia che contiene il diamante, ma solo attraverso la disciplina della pratica possiamo ripulire, levigare, la nostra pietra. Così pratichiamo Zazen non per ottenere qualche cosa - difatti la nostra pratica è mushotoku (senza spirito di ottenimento, né scopo) - piuttosto per riportare alla luce il nostro tesoro nascosto. Questa è la risposta di Dogen Zenji alla sua grande domanda che lo aveva spinto fino in Cina: “Se tutti siamo Buddha risvegliati, perché dobbiamo lavorare praticando sul sentiero del Buddha?”. Nel momento del Satori (Illuminazione) il Buddha si è risvegliato insieme a tutti gli esseri, tutto si è realizzato contemporaneamente a lui. Se partiamo da questo atto di fede, credere diventa comprensione. Non c’è separazione: credere e comprendere è tutt’uno e i due elementi si sviluppano e si alimentano a vicenda. Allora lo sforzo quotidiano di praticare Zazen, e di vivere rispettando i Precetti buddisti, sarà confortato dal sentirsi uno con tutto ciò che ci circonda, uno con tutti i Buddha del passato, presente e futuro, sostenuti ad ogni passo dall’intero universo. Praticare Zazen è lasciar cadere mente e corpo in hishiryo (il pensiero oltre il pensiero): pensare senza pensare, nella coscienza assoluta, non mentale. Lasciare che i pensieri attraversino la nostra mente con la coscienza universale che segue l’ordine cosmico, oltre ogni giudizio e dualismo: “Quando lo spirito non dimora su nulla, il vero spirito appare”. Dogen Zenji nel sesto paragrafo del Genjokoan (Divenire l’essere) scrive: "Conoscere la Via è conoscere se stessi, conoscere se stessi è abbandonare se stessi, abbandonare se stessi significa riconoscersi in tutte le esistenze" .Ed è a questo che dobbiamo risvegliarci: alla realtà ultima della nostra vita, come hanno fatto il Buddha storico e tutti gli Antichi Patriarchi. Dobbiamo ritornare alla vacuità, che non è il nulla nichilista, bensì l’autentica natura di tutti i fenomeni che esiste ovunque, in quanto tutto ciò che ci circonda e ci costituisce è in relazione di interdipendenza. Questo abbandonare le nostre categorie mentali penetrando la vacuità nello spirito di interdipendenza, oltre il nostro sé intrinseco – che è la falsa coscienza dell’io soggettivo separato da tutto il resto – è lo spirito di hishiryo in armonia con il fluire dell’intero universo. 
