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Praticare Zen è praticare la Via della liberazione che porta ciascuno a vivere il sé originario scevro da attaccamenti e illusioni, gioioso nella manifestazione autentica dell’essere. Un cammino di libertà dunque, che presuppone come unica “condicio” la fede in ciò che il Buddha storico Shakyamuni ha testimoniato nella sua Via del Risveglio, nella Trasmissione ultima del suo insegnamento. Senza questa fede incondizionata iniziale, sedersi sul cuscino di meditazione, immobili come una montagna, diventa estremamente difficile. La stessa fede che in giapponese viene chiamata daishinkon dove l’ideogramma “dai” in questo contesto corrisponde a “ardente”, “shin” a “fede”, e “kon” a “radice” (da cui: l’ardente radice della fede). La medesima che brucia nel cuore dei praticanti e diviene motore di ricerca sulle orme del Buddha, che nel momento dell’Illuminazione realizzò quanto l’essere umano, come ogni altro genere di esistenza, sia intrinsecamente completo, perfetto. La natura di Buddha è presente in ogni forma e tutti siamo Buddha già perfettamente realizzati. Per arrivare però a questa consapevolezza, a questa coscienza profonda della nostra vera natura, dobbiamo percorrere un lungo cammino a ritroso, ravvivando in noi la bodhaishin (la mente del Risveglio). Come scrive Dogen Zenji nel Bendowa (Predicazione sulla comprensione del cammino religioso): “A chiunque sin dalla nascita è dato con pienezza il principio della condizione in cui la persona vive il sé originale genuinamente, però se non passa attraverso il fare in pratica proprio Zazen (letteralmente: meditazione seduta), quel principio non appare manifestato e se non si evidenzia nello Zazen in realtà non lo si ha”. |
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di Anna Maria Marradi (tratto da BioGuida n.15 Inverno 2006/2007)
Praticare Zen è praticare la Via della liberazione che porta ciascuno a vivere il sé originario scevro da attaccamenti e illusioni, gioioso nella manifestazione autentica dell’essere. Un cammino di libertà dunque, che presuppone come unica “condicio” la fede in ciò che il Buddha storico Shakyamuni ha testimoniato nella sua Via del Risveglio, nella Trasmissione ultima del suo insegnamento. Senza questa fede incondizionata iniziale, sedersi sul cuscino di meditazione, immobili come una montagna, diventa estremamente difficile. La stessa fede che in giapponese viene chiamata daishinkon dove l’ideogramma “dai” in questo contesto corrisponde a “ardente”, “shin” a “fede”, e “kon” a “radice” (da cui: l’ardente radice della fede). La medesima che brucia nel cuore dei praticanti e diviene motore di ricerca sulle orme del Buddha, che nel momento dell’Illuminazione realizzò quanto l’essere umano, come ogni altro genere di esistenza, sia intrinsecamente completo, perfetto. La natura di Buddha è presente in ogni forma e tutti siamo Buddha già perfettamente realizzati. Per arrivare però a questa consapevolezza, a questa coscienza profonda della nostra vera natura, dobbiamo percorrere un lungo cammino a ritroso, ravvivando in noi la bodhaishin (la mente del Risveglio). Come scrive Dogen Zenji nel Bendowa (Predicazione sulla comprensione del cammino religioso): “A chiunque sin dalla nascita è dato con pienezza il principio della condizione in cui la persona vive il sé originale genuinamente, però se non passa attraverso il fare in pratica proprio Zazen (letteralmente: meditazione seduta), quel principio non appare manifestato e se non si evidenzia nello Zazen in realtà non lo si ha”. 
