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Praticare la Vacuità
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Lo Zen è per tutti, ma non tutti sono per lo Zen. Praticare Zen è abbandonare corpo e mente, è andare oltre ogni nostra conoscenza cognitiva per riscoprire in noi la Realtà Ultima e vedere il mondo “così com’è”. Per arrivare a questa consapevolezza, a questo grado di Realizzazione, è necessario un costante impegno, quello che nello Zen viene chiamata la Pratica senza sosta: Gyoji, non nel senso di “lavori forzati”, ma di continua presenza mentale nel Qui e Ora, in ogni respiro. Ricordiamo che ogni cammino, per quanto grande, inizia sempre dal primo passo. Sono poi molte anche le persone che si avvicinano allo Zen perché la lettura di Testi o di Insegnamenti ad esso relativi hanno risvegliato un’eco nei loro cuori. Quasi un riscoprire, un ritrovare qualcosa di forse non espresso, ma sicuramente già presente dentro di loro. E’ quello che nel Buddhismo Zen viene definito con il termine giapponese: Butsu-en (legame nel Buddha) e che manifesta la traccia di un incontro precedente con il Dharma. Nello Shobogenzo, al capitolo 92: Yuibutsu Yobutsu (Soltanto i Buddha insieme ai Buddha), Dogen Zenji, il fondatore della scuola Soto Zen, scrive:“ (...) Il Sutra del Loto afferma che “solo un Buddha può insegnare a un Buddha e solo un Buddha comprende pienamente la verità”. (…) solo i Buddha possono comprendere pienamente la loro vera natura. (...) soltanto i pesci possono conoscere la mente dei pesci e solo gli uccelli sanno individuare il percorso delle migrazioni. (...) Solo i Buddha possono riconoscere i Buddha, perché solo i Buddha possiedono l’occhio-di-Buddha e senza quest’occhio la Via non si può né vedere né riconoscere. Solo i Buddha conoscono e comprendono gli insegnamenti. Dunque coloro che non riescono a capire questo, dovrebbero cercare di seguire la traccia lasciata dai Buddha.". Ci sono altri invece che, dopo aver seguito un diverso percorso meditativo, approdano allo Zen perché lo avvertono più consono al loro sentire sia nell’espressione che negli intenti. Comunque, indipendentemente da quale sia stata la spinta che ci ha condotto ad un incontro ravvicinato di esperienza Zen, è fondamentale continuare a domandarsi e a riconfermarsi periodicamente le motivazioni che ci portano nella Via. Questo richiamo costante farà sì che non veniamo fuorviati da noi stessi, o da chi per noi, verso aspettative, inclinazioni o, peggio ancora, aberrazioni della Pratica, che passo dopo passo deve procedere sul cammino dell’amorevolezza, dell’armonia con tutto ciò che ci circonda, della Compassione, nella Via di Mezzo insegnata dal Buddha, al servizio di tutti gli Esseri.Kiku no ka ya, nara ni wa furuki hotoketachi. Profumo di crisantemi: nella città di Nara antiche statue di Buddha. (Matsuo Basho) |
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Lo Zen è per tutti, ma non tutti sono per lo Zen. Praticare Zen è abbandonare corpo e mente, è andare oltre ogni nostra conoscenza cognitiva per riscoprire in noi la Realtà Ultima e vedere il mondo “così com’è”. Per arrivare a questa consapevolezza, a questo grado di Realizzazione, è necessario un costante impegno, quello che nello Zen viene chiamata la Pratica senza sosta: Gyoji, non nel senso di “lavori forzati”, ma di continua presenza mentale nel Qui e Ora, in ogni respiro. Ricordiamo che ogni cammino, per quanto grande, inizia sempre dal primo passo. Sono poi molte anche le persone che si avvicinano allo Zen perché la lettura di Testi o di Insegnamenti ad esso relativi hanno risvegliato un’eco nei loro cuori. Quasi un riscoprire, un ritrovare qualcosa di forse non espresso, ma sicuramente già presente dentro di loro. E’ quello che nel Buddhismo Zen viene definito con il termine giapponese: Butsu-en (legame nel Buddha) e che manifesta la traccia di un incontro precedente con il Dharma. Nello Shobogenzo, al capitolo 92: Yuibutsu Yobutsu (Soltanto i Buddha insieme ai Buddha), Dogen Zenji, il fondatore della scuola Soto Zen, scrive:
Ci sono altri invece che, dopo aver seguito un diverso percorso meditativo, approdano allo Zen perché lo avvertono più consono al loro sentire sia nell’espressione che negli intenti. Comunque, indipendentemente da quale sia stata la spinta che ci ha condotto ad un incontro ravvicinato di esperienza Zen, è fondamentale continuare a domandarsi e a riconfermarsi periodicamente le motivazioni che ci portano nella Via. Questo richiamo costante farà sì che non veniamo fuorviati da noi stessi, o da chi per noi, verso aspettative, inclinazioni o, peggio ancora, aberrazioni della Pratica, che passo dopo passo deve procedere sul cammino dell’amorevolezza, dell’armonia con tutto ciò che ci circonda, della Compassione, nella Via di Mezzo insegnata dal Buddha, al servizio di tutti gli Esseri.













