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Meditazione e Abbandono PDF Stampa E-mail

È, quindi, questo lo stato di abbandono da realizzare nella pratica meditativa. Un abbandono a ciò che si dà, un abbandono che, lasciando la presa, si espone alla realtà nel suo libero fluire, nel suo autentico presentificarsi, prima e al di là di qualsiasi valutazione soggettivistica: mi piace, non mi piace, mi è indifferente… L’abbandono cui si accennava sopra, l’abbandono di (delle inutili tensioni, delle barriere di difesa, dei filtri, dei giudizi, delle preferenze, degli attaccamenti, dell’incessante dialogo interiore) è, parallelamente, abbandono a: abbandono a ciò che è, nella sua autenticità, nella sua verità, un abbandono che realizza uno stato di esposizione fiduciosa, saggia arrendevolezza, docilità pacificante. È importante, però, una puntualizzazione. Prendendo in prestito un termine caro alla tradizione buddhista, potremmo chiamare questo abbandono definendolo retto abbandono. Un abbandono da compiersi cioè in consapevolezza: una coppia, quella di consapevolezza e abbandono, che è il segreto di qualsiasi forma di meditazione degna di questo nome. Un abbandono senza consapevolezza scade in uno stato di torpore, di obnubilamento mentale, vaghezza e incoscienza; una consapevolezza senza abbandono rischia invece di trasformarsi in uno sterile esercizio di concentrazione e chiusura. L’abbandono e la consapevolezza si fortificano l’un l’altra, alimentandosi l’un l’altra. Caratteristica di un retto abbandono è di essere soprattutto abbandono consapevole, e la consapevolezza, per trasformarsi in meditazione, deve essere una consapevolezza “abbandonante”. È una pratica, insomma, di semplicità. La meditazione è arte dello stabilirsi nella propria semplicità, è arte di farsi presenti al proprio semplice esserci. Nelle parole di Sogyal Rinpoche: “Meditazione significa quindi essere molto semplici e naturali, rilassare la mente senza imporle nulla e senza nemmeno tentare di essere calmi: non dovrebbe esserci alcuno sforzo deliberato di controllarla” (Sogyal Rinpoche, “Meditazione: cos’è e come praticarla”, Amrita, 1991, p. 34). È andare al di là di indottrinamenti, tecniche astruse, ciechi fideismi; è smetterla di alzare barriere di protezione e rinforzo del proprio ego, delle sue immaginarie certezze e dei suoi violenti tentativi di dominio. È un abbassare la guardia e guardare direttamente: è realizzare la perfezione dell’attimo presente e della sua insondabile verità.




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