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Meditazione e Abbandono PDF Stampa E-mail

Strettamente unito a questo tipo di egocentrismo è il secondo atteggiamento che ho citato, cioè l’aggressività spirituale. È naturale che la centratura sul proprio ego conduca a una pratica, come si diceva, a denti stretti, tesa - come è - al raggiungimento di un determinato scopo, attraverso continui sforzi, slanci prometeici. All’interno di questa visione delle cose sta anche l’idea riguardo lo scopo della pratica meditativa, interpretata, in questo caso, come strumento di liberazione, la via che conduce alla felicità, alla realizzazione. È nota la storia zen nella quale, davanti all’affermazione di un giovane discepolo, accanitamente sollecito nella meditazione, di voler così divenire un buddha, un risvegliato, il maestro prese in mano una tegola e si mise a strofinarla. Alla domanda del discepolo, su cosa stesse facendo, il maestro rispose: “Cerco di trasformare questa tegola in uno specchio”. “Ma è impossibile!”, ribatté il giovane. E il maestro: “Così come lo è divenire Buddha praticando zazen”. Sempre all’interno della tradizione zen, sono molto numerose le storie relative a illuminazioni di monaci o di laici praticanti, i quali solo dopo aver abbandonato qualsiasi sforzo teso a, raggiunsero la realizzazione. E Tilopa, nel suo “Canto di Mahamudra”: “Abbandona ogni sforzo, / calmo riposa in quella condizione!” e anche: “Se non poni tensione nell’agire, sei re nella condotta” (Fabrizio Torricelli, Tilopa - Atti e parole, “Tilopa”, 1998, pp. 123, 124) In ultimo: il dualismo. Anche in questo caso, siamo alla normale conclusione dell’atteggiamento mentale di cui si sta parlando. È conseguente, cioè, a una pratica centrata sull’ego e aggressiva spiritualmente, l’idea secondo la quale vi sarebbe una distinzione netta tra mente usuale e mente illuminata, tra un uomo ordinario e un buddha. Il dualismo è la conseguenza della ricerca di una risposta, di un’aspettativa in ambito spirituale. Va di pari passo a un’idea della pratica vista come aggiunta di elementi, di qualità, di virtù (tutti aspetti ritenuti, ovviamente, estremamente positivi e desiderabili) alla propria persona. Qualcosa in opposizione allo stato di abbandono, di arrendevolezza, di svuotamento, di “lasciare la presa” (come viene detto in tanti testi zen). Siamo lontani, sembra, da quello che emerge invece, per esempio, da questo brano tratto da un discorso di Jiddu Krishnamurti: “La libertà [...] è lo stato di una mente che dice ‘Non so’ e che non cerca una risposta. Una mente simile non è mai alla ricerca, in attesa di qualcosa [...]. Una volta che avete compreso lo stato della mente che è libera – ossia la mente che dice ‘Non so’, che rimane senza risposte ed è quindi innocente – a partire da quello stato potete agire efficacemente” (Jiddu Krishnamurti, “Sulla libertà”, Ubaldini, 1996, pp. 74-75).



 
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