Secondo Corrado Pensa, insegnante di meditazione vipassana: “L’abbandono-accettazione non è un aspetto tra gli altri del cammino spirituale, [...] ma ne è, piuttosto, il cuore” (Corrado Pensa, “L’intelligenza spirituale”, Ubaldini, 2002, p. 154.). Questa scarna e semplice affermazione racchiude in sé, se rettamente intesa, tutto ciò che possiamo legittimamente chiamare pratica meditativa. Non sarebbe anzi fuori luogo azzardare la seguente affermazione, apparentemente incompleta e oscura: “la meditazione è arte e pratica dell’abbandono”. Cerchiamo però di allontanare subito alcune eventuali interpretazioni di questa definizione, che potrebbero portarci lontani da un corretto approccio alla questione che stiamo trattando. Un atteggiamento di ‘abbandono’ a volte viene associato a una modalità di vita all’insegna dell’abbattimento, dello scoraggiamento, oppure della rinuncia triste e di tutto ciò ne è il portato, la conseguenza. Non mi riferisco qui - evidentemente - a questo tipo di abbandono ma a quel particolare abbandono che è praticato nella meditazione, suo strumento principe, che viene a connotarsi come l’atteggiamento mentale proprio del meditante. L’abbandono che viene realizzato durante la pratica meditativa è essenzialmente duplice: è un abbandono di e un abbandono a. Abbandono di. Nella pratica meditativa si abbandona la nostra tendenza coatta e inconsapevole a reagire in modo compulsivo di fronte a ciò che consideriamo piacevole o spiacevole. Si disinnesca, in altre parole, la serie numerosa di filtri che si interpongono tra noi e la realtà. Con realtà si intenda non solo il mondo esterno, con tutto ciò che lo costituisce (la natura, le persone e il nostro rapporto con esse, gli oggetti, la comunicazione, ecc.) ma anche la nostra realtà interiore, la sua originaria natura, deturpata e ricoperta da quei giudizi, quelle valutazioni, quelle paure, quelle speranze, quelle opinioni, quelle aspettative che ci vietano un contatto diretto con la nostra intima, estesa, rasserenante spaziosità silente. Fa parte, purtroppo, di una certa interpretazione della pratica spirituale (una visione, potremmo dire, a denti stretti, virtuosistica, agonistica) ritenere che il compito principale di quello che sommariamente potremmo chiamare ‘ricercatore’ sia quello di raggiungere un altissimo ideale, di perseguire un fine ambìto, di arrivare ad una meta agognata: la perfezione, la santità, la bontà, la purezza, ... Ora: è ovvio che finché si rimane intrappolati in questa visione delle cose, si permane nella rete di tre atteggiamenti deleteri: egocentrismo, aggressività spirituale e dualismo. Questi tre aspetti sono strettamente legati. L’egocentrismo a cui mi riferisco qui è un egocentrismo tutto particolare, di tipo sottile e quindi ancor più subdolamente nocivo rispetto all’egocentrismo ‘usuale’. È quell’essere centrati sul proprio ego, sulla propria persona riguardo alla sua possibilità di migliorare, di crescere, di evolvere. Si tratta, comunque, di un dare troppa importanza a se stessi, seppur in un’ottica raffinata quale quella della crescita spirituale. Questo atteggiamento può essere, tra l’altro, causa di un singolare “razzismo neo-gnostico”, nel quale, da una parte, vi sarebbero i chiamati, i ricercatori spirituali, coloro i quali si applicano a ciò che ritengono li condurrà all’agognata pace dei sensi e, dall’altra, il resto dell’umanità ignorante, imprigionata in un’illusione collettiva, oggetto di commiserazione, se non di ripulsa e di scherno. Disse in un colloquio Nisargadatta Maharaj: “L’interesse e la preoccupazione per se stessi sono il punto focale del falso” (Nisargadatta Maharaj, “Io sono quello”, Ubaldini, 2001, p. 241.
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