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Meditazione: dalla Pratica al Silenzio PDF Stampa E-mail

Così pure per i pensieri, le emozioni, le sensazioni. Solo osservazione: se ne diviene consapevoli, è un esercizio di pura attenzione. Ma non è ancora questo il livello della realizzazione. Siamo di nuovo all’interno del dualismo: da una parte un soggetto osservante e dall’altra uno o una serie di oggetti che vengono osservati. Siamo ancora in una prospettiva di lavoro, di sforzo, di impegno assiduo: non si è ancora realizzata quella semplice e quieta naturalezza che è propria della pratica meditativa. La luna che si riflette nell’acqua del secchio è ancora dualità. La realizzazione è invece una condizione di perfetta non-dualità. Il nirvana è realizzazione del vuoto: è unità, perdita di tutto, è esplosione, silenzio di ogni immagine. Non c’è più acqua e nemmeno luna: è il loro superamento. Nel momento nel quale il secchio cade a terra e si frantuma, anche la mente del monaco va in frantumi. Dalla dimensione finita, limitata, chiusa del secchio si passa al non-secchio, alla sua infinità. Parallelamente: dalla dimensione dell’osservazione di sé e dei propri meccanismi (che fa parte della pratica meditativa) alla dimensione del vuoto, dove non c’è più osservatore e osservato, ma solo realizzazione. Quando si supera il livello dell’osservazione di sé, si accede allo sguardo libero sulla realtà. Prima essa era velata, almeno parzialmente, dal nostro impegno di meditanti; ora splende nella sua autenticità e originarietà. Come dice Kōshō Uchiyama: “Se apriamo gli occhi, vediamo che splende il sole. Allo stesso modo, quando viviamo a occhi aperti e ci risvegliamo alla vita, scopriamo di vivere nella vigorosa luce della vita. Tutte le idee sul nostro piccolo sé sono nuvole che annebbiano e offuscano la luce del sé universale. Facendo zazen, abbandoniamo queste idee e apriamo gli occhi alla luce della vita fondamentale del sé universale. [...] Tale zazen viene definito l’attività della realtà della vita” (Kōshō Uchiyama, ”Aprire la mano del pensiero”, Ubaldini). Il praticante che perviene in ciò che Uchiyama chiama “l’attività della realtà della vita” - quel flusso cioè sempre impermanente e continuamente dinamico che è la realtà stessa, con le sue caratteristiche di impersonalità, di assoluta mancanza di fini, nella sua svuotante assenza di significati ultimi e segreti - si riposa in quello spazio senza nome, al quale è condotto naturalmente. Così come il vero viandante, se è veramente uomo nobile, deve imparare a “non chiedere a nessuno la strada giusta. Si affida a se stesso e approfitta - senza paura - del sentiero che non conduce da nessuna parte, per notarne il richiamo e il senso che non cercava” (Duccio Demetrio, ”Filosofia del camminare”, R. Cortina ed.), così il praticante si dà al suo lavoro, senza tornaconto personale, senza ricerca di profitti, senza preoccupazione di rintracciare nella sua geografia interiore la strada corretta: dove deve arrivare? C’è ancora un obiettivo nella sua mente? La realizzazione non è forse anche realizzazione dell’assenza di distinzioni tra stato usuale e stato illuminato? È ancora tipica di una mente calcolante l’indagine del corretto percorso da compiersi; la mente naturale invece si espone, si abbandona e, solo così, trova quel ‘senso che non cercava’. Lo trova proprio nel suo non cercarlo, nel suo non premeditarlo. Cosa trova? Non c’è più luna e nemmeno acqua. Prima della luna e del secchio, che cosa c’è?

(disegno di Manuela Frisone)




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