CURRENT MOON
HOME arrow RUBRICHE arrow La Via Interiore arrow Meditazione: dalla Pratica al Silenzio
Meditazione: dalla Pratica al Silenzio PDF Stampa E-mail

Qui si realizza la dialettica paradossale che è propria di tutta la pratica meditativa e spirituale in genere. Non puoi fare nulla: non ci si salva, non ci si illumina; per usare un’immagine che si incontra sovente nella tradizione zen, non ci si alza da terra tirandosi (Osho, per i capelli. Tutto ciò che produci attraverso la tua pratica non può che andare ad accumularsi come egoità, perpetuando quella meccanica dell’io costituita da domande, ricerca, ottenimento, nuovi desideri, aspettative, ecc. Ma è anche vero che il metodo opposto – l’assoluto abbandono di ogni ricerca – è altrettanto sconsigliabile. Per dirla con le parole del maestro sufi Bayazid al-Bistami: “La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano”. Solo quando l’acqua avrà riempito l’intero contenitore, essa potrà finalmente uscire da esso, ma la fase del riempimento del contenitore stesso sarà stata oltremodo necessaria, condicio sine qua non. Quindi lo scacco in cui si è trovato il monaco dopo anni di pratica e studio è il produttore silenzioso di quello spazio all’interno del quale si concretizza la sua realizzazione. Una realizzazione che, naturalmente, sbaraglia completamente e definitivamente la struttura mentale nel cui perimetro si era mosso fino ad allora: si passa, anzi, dalla mente (ordinaria) alla non-mente (o mente pura, illuminata). Osho, commentando proprio questa storia zen (è la prima che commenta nel suo “No water, no moon”, titolo appunto da essa ripreso) ricorda come l’illuminazione sia qualcosa di imprevedibile, che non sia possibile organizzare, creare, produrre, causare. Del resto il secchio si rompe casualmente: l’illuminazione non è raggiunta dal praticante. L’illuminazione è un incidente, ma bisogna fare qualcosa perché accada: L’incidente accade solo a coloro che hanno fatto molto per provocarlo, ma non accade mai per il loro fare”(”Dieci storie zen”, Mediterranee). Il lavoro su di sé che ha fatto il monaco è stato un lavoro a vuoto, la sua era una pratica intesa a denti stretti, appunto per raggiungere un certo obiettivo. Ma il suo errore è stato, come già detto, necessario: bisogna fallire il proprio scopo, la realizzazione è, innanzitutto, realizzazione del fallimento del proprio scopo. Non c’è nessuna pratica che produca un risultato: è la pratica stessa la realizzazione della perfezione. Fino a quando non ci si colloca in questa dimensione, si rimane avvinghiati (e imprigionati) al dualismo. Il monaco lascia la presa: capisce l’inutilità di ogni suo tentativo, l’inopportunità dei suoi sforzi, dei suoi studi, della sua pratica. Attua, magari inconsapevolmente, l’abbandono: la sua mano prima era chiusa, stretta; ora è aperta, dimentica di sé, appunto abbandonata. Un giorno qualsiasi si reca al pozzo con il secchio, lo riempie d’acqua e, sulla via del ritorno, vede la luna riflettersi nel secchio. È la sua mente: la mente abbandonata, che ha lasciato la presa, la mente naturale, la mente pulita non fa altro che riflettere, come uno specchio puro. Non vi è alcuna operazione inutile che essa produca, nulla aggiunge: riflette semplicemente ciò che si dà ad essa. È la mente del praticante: durante la meditazione, non vengono espressi giudizi, valutazioni, non vengono compiuti paragoni; nulla viene approvato e rigettato. Si osserva, unicamente, semplicemente. Il respiro: si osserva il suo flusso, non lo si modifica.



 
< Prec.   Pros. >