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Meditazione: dalla Pratica al Silenzio |
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Pagina 1 di 3 di Gianfranco Bertagni (tratto da BioGuida n.13 Estate 2006)
C’è una nota storia zen. Parla di un monaco che aveva studiato e praticato a lungo, con lo scopo di ottenere il nirvana. Ma sempre fallendo, a tal punto che si convinse che non sarebbe mai riuscito a conseguire la realizzazione. Una notte si recò al pozzo del monastero per prendere dell’acqua, portando con sé un vecchio secchio di legno. Lo riempì e riprese la strada per rientrare al monastero. Tornando indietro vide che nello specchio d’acqua del secchio vi era riflessa l’immagine della luna: questa visione lo colpì nella sua bellezza e semplicità, e così si fermò a contemplarla. Dopo pochi istanti, però, il manico del secchio si spezzò per l’eccessiva usura, provocando la caduta del secchio stesso a terra. Il secchio si spezzò e l’acqua si disperse: ’immagine della luna scomparve con essa. Non c’era più acqua e non c’era più luna… Il monaco si realizzò. In questa storia si evidenzia il radicale stacco tra la dimensione della pratica centrata sull’ego (composta di sforzo, di concentrazione, di esercizio estenuante) e la dimensione della meditazione in senso proprio (costituita su una superficie di calma, di rilassatezza, di abbandono e di semplicità). Il monaco studia, pratica, desidera ottenere il nirvana. Siamo ancora all’interno della dinamica della mente, dei suoi infiniti tentativi di riuscita, della sua caratteristica attività che opera per scopi premeditati, per risultati, attraverso strategie tese alla meta. Ora, però, sappiamo che è un assunto generale di tutta la tradizione zen (e non solo) il fatto che chi cerca il nirvana, fallisce il suo scopo, sempre e comunque. Impegnarsi, praticare, studiare, lavorare su se stessi, per costruire una nuova identità è non cogliere il centro. Ce lo ricorda anche la tradizione cristiana con la sua teologia (soprattutto protestante, ovviamente) della Grazia. Gli sforzi del monaco cadranno dunque inesorabilmente nel nulla: appena ti poni in un atteggiamento di ricerca, manchi l’appuntamento con quell’istante presente che ti bisbiglia all’orecchio il suo canto perfetto. L’illuminazione non la si insegue: non è un percorso da a. È stare, senza fermarsi; è permanere, senza irrigidirsi; è realizzare. Come recitano i primi versi di “La bellezza” di Emily Dickinson: “La bellezza non ha causa: esiste. / Inseguila e sparisce. / Non inseguirla e rimane” (E. Dickinson, ”Tutte le poesie”, Mondatori). Il fallimento del monaco è però foriero di una nuova possibilità.
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