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La Memoria del Corpo PDF Stampa E-mail

Al di là dei rapporti di contiguità, amicizia e impegni editoriali, infatti, è stata una naturale conseguenza la ricerca di risposte e conferme proprio in chi si occupa di una disciplina che ha fatto della capacità di espressione profonda e circostanziata del corpo (quasi “millimetrica”, impercettibile) il proprio fondamento, nella speranza di liberare la potenzialità di auto-guarigione una volta rimossi certi “irrigidimenti” o, volendo chiamarli in altra maniera, certi “ricordi” incastonati nella complessità del sistema corpo-mente. Come ci suggerisce Diego Maggio, citando proprio Upledger, se un nastro magnetico (oggi diremmo CD…) è in grado di memorizzare tutte le sfumature di una canzone, perché allora stupirsi che una struttura complessa come un tessuto organico possa immagazzinare al suo interno dati di memoria? Lo stesso DNA, in fondo, tramanda di generazione in generazione una quantità di dati tale da sviluppare e differenziare l’esistenza di un essere umano. Trovare una “chiave” di interpretazione che permetta ai “dati” di emergere ed essere letti dalla nostra parte cognitiva e immaginativa non sembra, in quest’ottica, così improbabile. Anzi, pare del tutto naturale. Nella Terapia Cranio-Sacrale, in particolare, il lavoro viene indirizzato all’individuazione di quei blocchi cristallizzati sul piano fisico, sicura espressione di un trauma trattenuto a partire dal livello emozionale. Quando il corpo ne permette l’individuazione, ecco allora emergere alcuni “segnali” che devono essere tradotti all’interno del rapporto tra terapista e paziente. Sarà la mente di quest’ultimo, infatti, che produrrà quelle associazioni di sensazioni o memorie collegate all’evento traumatico (o blocco fisico) e le riporporrà allo stato presente, in una veste razionalmente comunicabile e analizzabile. In pratica, in un tale percorso, si viene a creare una sorta di dialogo a tre: il tessuto corporeo, l’individualità cognitiva del paziente, la presenza interpretativa del terapeuta… Interessante notare come terapeuti professionsiti, quali John Upledger, siano giunti a tali conclusioni dopo decenni di esperienze in prima persona, difficilmente coadiuvati da teorie precedenti a loro sostegno, a significare proprio la marcata componente pragmatica di tali approcci, non in chiave negativa come potrebbe essere portata a pensare una qualche mentalità rigidamente scientista, ma bensì in un’ottica fortemente esperienziale, oggettiva, reale.



 
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