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La scoperta di una “memoria” del corpo così precisa e attiva lascia spazio a differenti considerazioni, in primis sulla “collocazione” di tale immagazzinamento di dati: è logico pensare a determinate aree cerebrali di raccolta mnemonica che, qualora attivate da stimoli e situazioni emotive, riproducano antichi processi percettivi, oppure è legittimo ipotizzare una capacità menmonica diffusa in ogni parte del corpo, in ogni sua cellula, pronta ad attivarsi ed esprimersi qualora venga solecitata ad un livello di profondità e risonanza tale da far riprodurre le stesse medesime sensazioni archiviate? Forse è più semplice dedurre che entrambi i processi vengono ad integrarsi ed interagire, ma ciò non toglie peso all’importanza della capacità di ricordo insita nel nostro corpo, presumibilmente proprio a livello topico, locale o, se si vuole, cellulare. E ancora: quale processo di concatenazione logico-causale si instaura tra l’emergere di un determinato ricordo in relazione a una determinata epserienza fisico-traumatica? Perché alcuni ricordi sì e altri no? Perché in alcune zone del corpo, magari apparentemente non pertinenti e altre no? Perché in certi momenti e non in altri? Difficile trovare riscontri in letteratura medica o scientifica tradizionale a tali considerazioni, causa proprio la mancanza attuale di modelli di valutazione oggettiva. Un grande aiuto può venire invece dall’esperienza pratica di chi si confronta quotidianamente con simili manifestazioni, sviluppando un’esperienza personale oggettivata dalla frequenza episodica e dalla casistica umana. Una lunga riflessione personale in tal senso ha portato ancora una volta a discutere con un personaggio quale Diego Maggio, presidente dell’Accademia Cranio-Sacrale, insegnante e terapeuta, nonchè allievo diretto di John Upledger, grande innovatore nell’ambito della Terapia Cranio-Sacrale e del Rilascio Somato-Emozionale.
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