|
Pagina 2 di 6
Ma, quello che piace sottolineare qui, è piuttosto la naturalità del modo in cui viene vista la malattia, come una fase della vita certamente “negativa” e “inopportuna” ma pur sempre parte integrante del grande ciclo di rinascite e incarnazioni, una fase vista sempre e comunque per la sua inter-relazione con le altre fasi della vita, non una sorta di corpo estraneo che, improvvisamente, piomba nella nostra esistenza incolpevole e immacolata. Interessanti, in quest’ottica, i paragoni con certi termini in uso nella nostra quotidianità occidentale di esperienza medica: “debellare”, “combattere”, “estirpare”, “vincere”… quasi un bollettino di guerra, la guerra dell’individuo sano contro l’invasione del male che lo circonda. Eppure, in un mondo in cui le distanze sono progressivamente destinate a ridursi, è sempre auspicabile la commistione di diverse visioni della vita e della malattia, la fusione di mentalità e opinioni in nome della comune ricerca di un’esistenza equilibrata e possibilmente sana, senza dover vantare un primato tecnico-scientifico consolidato, da una parte, o una superiore predisposizione olistico-spirituale, dall’altra. Il corpo umano, a prescindere dalla colorazione superficiale dell’epidermide, dalle dimensioni di struttura scheletrica o dentale, o da altri dettagli localmente distintivi, è fatto di tessuti, organi, cellule, DNA, appartenenti tutti alla stessa specie, con lo stesso generico funzionamento e gli stessi programmi di sviluppo, crescita, morte. Quando poi le esperienze personali di ciascuno portano direttamente a dover affrontare di prima mano certi eventi, ci si accorge di doversi giocoforza confrontare con un insieme di situazioni che si sviluppano attorno al “generico” momento di malattia: aspettative proprie e di chi ci sta attorno, paure, condizionamenti ma, allo stesso tempo, nuove percezioni, nuovi scenari presenti e futuri, nuove possibilità di sviluppo legate tanto alla guarigione così come alla possibilità del perdurare del male. E, accanto a tali grandi stordimenti emotivi, l’emergere prepotente e ineludibile della voce del corpo, del proprio corpo individuale. Non più su un piano teorico di cosiderazioni etiche, scientifiche, filosofiche, morali o quant’altro, bensì faccia a faccia con la propria fisicità, espressa con maggiore prepotenza nella fase della malattia, quando tutta l’attenzione viene risucchiata dall’espressione patologica di un disagio che, seppure iniziato chissà dove, giunge ora a manifestarsi con tutta la sua evidenza “fisio–logica”.
|