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La Memoria del Corpo PDF Stampa E-mail

di Pierpaolo Bon (tratto da BioGuida n.13 Estate 2006)

 

“Essere malati significa non poter praticare la meditazione, né poter pranzare con il proprio sangha (comunità), né partecipare alla vita del monastero…”

Così in Oriente il buddhismo intende la malattia, vale a dire come un particolare momento in cui non si è più in grado di realizzare le incombenze quotidiane e ordinarie della vita - dove per “ordinarietà” è da intendersi la pratica costante della Via e, nello specifico, la pratica della meditazione, ultimo stadio dell’ottuplice sentiero per il completo risveglio - poiché non vi deve essere alcuna differenza tra quotidianità e ricerca spirituale. Lo stato patologico viene visto, quindi, come una perdita di energia, uno squilibrio, una mancanza di equilibrio. Se, infatti, nell’incessante ciclo dell’esistenza, la vita e la morte, la salute e la malattia, la gioventù e la vecchiaia si inseguono continuamente, non vi è da stupirsi se il nostro corpo si ammala, si ferisce, invecchia e muore… Sono condizioni della vita, in sé naturali e normali, che però possono creare una situazione di “carenza”, di “perdita” (di energia e anche di opportunità di azione). La malattia non deve perciò essere vista come un valore assoluto negativo, un male da debellare, una tossina da espellere in quanto “estranea”, bensì una fase, certamente non richiesta, in cui si è costretti a rinunciare allo svolgimento della propria normale quotidianità, per sforzarsi di ripiegare l’attenzione verso quei processi di ricerca di ripristino dell’equlibrio perduto. Ovvio che, da questa prospettiva, la malattia può anche trasformarsi in opportunità di scoprire altri scenari della propria interiorità e dell’esistenza in genere.



 
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