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Il morso di Dioniso PDF Stampa E-mail

di Antonella Gaeta (tratto da BioGuida n.2 Autunno 2003)

 

Il fenomeno del Tarantismo salentino rivive nelle "musiche pizzicate"

Estate bollente del 1959. Maria di Nardò danzava scompostamente su un lenzuolo bianco spiegato. Era il suo quadrato magico. Violino, tamburello, organetto diatonico intorno ne assecondavano i movimenti di disperata assenza. Gli occhi chiusi, il corpo a contorcersi in terra. Ragno anche lei e, nello stesso tempo, vittima del morso del ragno. Doppia certezza armonico-menadica che fermava i secoli in una casa di campagna nel basso Salento. Lo studioso napoletano Ernesto De Martino, per la prima volta, profanava scientificamente il rito. Svelando precisamente il tarantismo. Con lui c’erano un’equipe formata da uno psichiatra, uno psicologo, un sociologo e l’etnomusicologo Diego Carpitella e il risultato fu la splendida ed epocale pubblicazione ‘La terra del rimorso’ del 1961. Il fenomeno di possessione indotta (questa la supposizione) dal veleno della taranta, il ‘latrodectus tredecim guttatus’, fu poi condiviso con antropologi di tutto il mondo e codificato anche dal francese Georges Lapassade come stato modificato di coscienza. Secondo la sua definizione, infatti, “sotto l’etichetta di SMC si raggruppano un certo numero di esperienze nel corso delle quali, il soggetto, ha l’impressione di un certo regolamento del funzionamento abituale della sua coscienza e di vivere un altro rapporto con il mondo, con se stesso, con il suo corpo e la sua identità” (‘Stati modificati e transe’, edizioni ‘Sensibili alle foglie’).



 
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