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Africa: l'Arte del Guarire
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Sarebbe quindi un errore eliminare da questa medicina del popolo il contenuto irrazionale, rappresentato da incantazioni, consultazioni d’oracoli e altre cerimonie. Questo, infatti, corrisponde ai bisogni psico-fisiologici dell’Africano che è, prima di tutto, un essere profondamente religioso e sa che l’armonia fra l’uomo e la natura è diretta da un equilibrio naturale. Malattie e calamità non possono che provenire da una rottura con l’ambiente circostante. Allora gli Dei devono intervenire per ristabilire l’equilibrio. Non si tratta dunque di pratiche superstiziose ma di attitudine religiosa, nata da una speciale concezione del mondo - che in fondo ne vale un’altra qualsiasi - che fa della malattia un tutto: il corpo sarà curato insieme allo spirito, e tutta la famiglia o il gruppo sociale, saranno associati al processo di guarigione. Si tratta soprattutto di non isolare il malato né moralmente né fisicamente, e di non farne un caso. Pratiche animiste dunque si mescolano a metodi terapeutici. Non bisogna però confondere questa scienza “spirituale ed esoterica” con la scienza curativa, quella cioè che usa i principi attivi delle piante, dei minerali e degli animali. Si tratta semplicemente di riconoscere che la prima completa la seconda. Fa parte della terapeutica tradizionale l’uso del Verbo che accompagna la cura. È un’autosuggestione o una psicoterapia? Medici ricercatori del Centro di Ricerche Applicate della Repubblica del Benin riferiscono che, quando un guaritore si trova davanti a una donna che presenta un parto difficile, le viene somministrata una polvere derivata dalla macinazione di: noce di palma vomitata da uno sciacallo più ossa di un animale selvatico morto di morte naturale. Alla partoriente che presenta una distocia (deviazione patologica dello svolgimento del parto dovuta ad anomalie della madre o del feto) , il medico-guaritore mentre somministra la polvere dice a voce alta: “La morte e il vivente non coabitano, che la morte sparisca (cioè le ossa dell’animale morto di morte naturale) e che il vivente appaia”. La polvere somministrata ha certamente un effetto sui muscoli e il bacino, ma le incantazioni sviluppano una più grande disponibilità nella partoriente. Il parto avviene allora rapidamente e senza cesareo, pratica sconosciuta alla medicina tradizionale africana. Potremmo chiederci se la recita della formula non sia forse superflua. Anche per guarire cefalee persistenti o malattie mentali vengono associate formule alla terapia pura. Formule che non sono magiche, semplicemente evidenziano il posto della psicoterapia nella farmacopea tradizionale. In più, per il guaritore che, quasi sempre, non sa né leggere né scrivere, la recita è un mezzo mnemotecnico per ritrovare la formula della sua ricetta e il suo uso. Recitata davanti al paziente ottiene l’effetto di aumentare l’azione della medicina. È inoltre un metodo pedagogico di trasmissione della sua scienza alla sua discendenza. |
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Sarebbe quindi un errore eliminare da questa medicina del popolo il contenuto irrazionale, rappresentato da incantazioni, consultazioni d’oracoli e altre cerimonie. Questo, infatti, corrisponde ai bisogni psico-fisiologici dell’Africano che è, prima di tutto, un essere profondamente religioso e sa che l’armonia fra l’uomo e la natura è diretta da un equilibrio naturale. Malattie e calamità non possono che provenire da una rottura con l’ambiente circostante. Allora gli Dei devono intervenire per ristabilire l’equilibrio. Non si tratta dunque di pratiche superstiziose ma di attitudine religiosa, nata da una speciale concezione del mondo - che in fondo ne vale un’altra qualsiasi - che fa della malattia un tutto: il corpo sarà curato insieme allo spirito, e tutta la famiglia o il gruppo sociale, saranno associati al processo di guarigione. Si tratta soprattutto di non isolare il malato né moralmente né fisicamente, e di non farne un caso. Pratiche animiste dunque si mescolano a metodi terapeutici. Non bisogna però confondere questa scienza “spirituale ed esoterica” con la scienza curativa, quella cioè che usa i principi attivi delle piante, dei minerali e degli animali. Si tratta semplicemente di riconoscere che la prima completa la seconda. Fa parte della terapeutica tradizionale l’uso del Verbo che accompagna la cura. È un’autosuggestione o una psicoterapia? Medici ricercatori del Centro di Ricerche Applicate della Repubblica del Benin riferiscono che, quando un guaritore si trova davanti a una donna che presenta un parto difficile, le viene somministrata una polvere derivata dalla macinazione di: noce di palma vomitata da uno sciacallo più ossa di un animale selvatico morto di morte naturale. Alla partoriente che presenta una distocia (deviazione patologica dello svolgimento del parto dovuta ad anomalie della madre o del feto) , il medico-guaritore mentre somministra la polvere dice a voce alta: “La morte e il vivente non coabitano, che la morte sparisca (cioè le ossa dell’animale morto di morte naturale) e che il vivente appaia”. La polvere somministrata ha certamente un effetto sui muscoli e il bacino, ma le incantazioni sviluppano una più grande disponibilità nella partoriente. Il parto avviene allora rapidamente e senza cesareo, pratica sconosciuta alla medicina tradizionale africana. Potremmo chiederci se la recita della formula non sia forse superflua. Anche per guarire cefalee persistenti o malattie mentali vengono associate formule alla terapia pura. Formule che non sono magiche, semplicemente evidenziano il posto della psicoterapia nella farmacopea tradizionale. In più, per il guaritore che, quasi sempre, non sa né leggere né scrivere, la recita è un mezzo mnemotecnico per ritrovare la formula della sua ricetta e il suo uso. Recitata davanti al paziente ottiene l’effetto di aumentare l’azione della medicina. È inoltre un metodo pedagogico di trasmissione della sua scienza alla sua discendenza. 
