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Vivo, amo e canto PDF Stampa E-mail

Questa deve essere la strada dell’allievo di canto, la strada di chi vuol scoprire la propria vera voce, la strada di chi vuol vivere in serenità, di chi vuol vivere ogni rapporto interpersonale dando e ricevendo di tutto e di più senza impedimenti, rendendosi conto dei bisogni propri e dei bisogni degli altri. Serge Wilfart, nel suo “Il canto dell’essere”, ispirandosi al testo e all’esperienza del professor Herrigel, descrive il percorso di maturazione dell’allievo di canto come una progressiva liberazione dalle catene che le sofferenze e le abitudini incidono nei nostri muscoli e questo può avvenire solo attraverso la riconquista del respiro completo. Questo percorso si concluderà quando sarà il corpo a lasciarsi risuonare, messo in vibrazione da una respirazione libera e profonda. Qualsiasi strada, canto, amore, vita, comincia dal respiro. Dal respiro inizia la conoscenza di sé, la liberazione dalle catene (muscolari o psichiche) nascoste, la scoperta e l’utilizzo delle fonti energetiche, il cammino su una strada di gioia. Il continuo richiamo alla respirazione profonda, in Wilfart, (“Il canto dell’essere”, pag. 76) assume quasi il tono di un messaggio spirituale non distaccandosi tuttavia dall’ancorarlo nella pratica quotidiana di lavoro sul corpo: “Un flusso vocale parlato o cantato, per ritrovare la sua integrità, deve risultare dalla neutralizzazione dell’influenza della mente. Il suono, nella voce parlata, è continuamente alterato dall’influenza della mente.” Il respiro ha proprio questa funzione: di ancorare nel corpo la voce rendendola indipendente dalle perturbazioni emotive anzi arricchendola di colore e di forza nel contatto con le sorgenti della vita presenti nelle parti profonde del nostro addome. “Colui che desidera cantare aspira, in realtà, a riprendere possesso del proprio corpo”. Alfred Tomatis, altre volte citato, afferma, a proposito, che “nel cantare, il tutto è basato sullo sforzo di evitare lo sforzo”. A conferma di ciò ricorda quanto succede nelle cantanti in gravidanza: “La tradizione vuole che la donna incinta disponga di un buon appoggio (del fiato). In effetti essa non può più mobilitare i muscoli addominali per spingere (verso l’alto) e, di conseguenza, il diaframma agisce facilmente per via riflessa”. Il canto in gravidanza (a due o a tre, con il nascituro e con il padre) è quanto M.L. Aucher consiglia alle future mamme come preparazione al parto e come ottimo coadiuvante nelle spinte nel momento dell’espulsione del feto.



 
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