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Mi chiedo se il canto sia una regressione, un ritorno a qualcosa di primordiale anche se in una forma molto più evoluta. Oppure un’azione di contatto con un settore più profondo del nostro essere, per aprire una fonte di energia. Una fonte di cui intuiamo l’esistenza ma della quale non conosciamo un’altra strada di utilizzo. Oppure cantiamo per curare le nostre malattie. Andiamo a vedere quando l’uomo canta e per quali motivi lo fa: il bambino ma anche l’adulto cantano con parole o anche semplicemente a bocca chiusa, per sentirsi oppure per farsi sentire. Per ricostruire una situazione di piacere. Per stare in compagnia. Talvolta per sostituire un impulso (a parlare di cose che non possono o non devono essere dette) o per coprire il disagio di un silenzio prolungato. Il canto, in questo caso è un modo di tenere occupata la laringe. Il bambino si canta la ninna-nanna, oppure canta con gli altri per gioco. L’adolescente canta per manifestare o condividere un’emozione. L’adulto per esprimersi, per condividere, per dialogare con se stesso, per semplice piacere. Molto frequentemente l’adulto canta in modo spontaneo: facendo la doccia o guidando l’automobile, allo stadio oppure camminando in gita, ma ancora molto spesso, dopo aver bevuto del vino in compagnia. Ma non a caso, a tutti i livelli sociali, l’adulto si organizza per cantare o da solo o con gli altri. A livello amatoriale, sono migliaia i cori, gia soltanto in Italia, che in gruppi di bambini o di donne o di maschi o misti, si dedicano al canto sotto la guida di un maestro. Nei teatri lirici operano molte centinaia di cori, talvolta anche imponenti, con oltre cento coristi, che fanno del canto corale la loro professione.
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