
Alfred Tomatis, nel suo libro Ascoltare l’universo,a proposito del rapporto della voce con la parte inferiore del corpo, citando vari esempi di fonazione, fa alcune stimolanti considerazioni: “A seconda di ciò che siamo, intellettuali o calciatori, la nostra voce non va a toccare le stesse parti del corpo. Quando un corridore ciclista dice che farà meglio la volta successiva, ha una voce sorda, povera di sibilanti. E’ perché parla alla parte che è il fulcro delle sue attività: le gambe. Ci vuole una voce grave per toccare la parte inferiore del corpo. La voce di un monaco benedettino non ha nulla in comune con quella di un carrettiere. L’ideale sarebbe permettere alla voce di raggiungere
tutte le superfici corporee, e questo, del resto, è l’obiettivo che alcune ascesi si prefiggono. Gli yogin tibetani cercano di ottenere un suono capace di imprimersi sulla totalità del corpo. La loro voce cambia perché tocca il corpo sia attraverso la periferia che attraverso la struttura ossea. Emettere un suono consiste infatti nel far vibrare l’aria esterna grazie ad una vibrazione che fa cantare tutto il corpo“. Fin qui abbiamo parlato dello scoprire le radici della nostra voce, siano esse presenti o assenti, nei messaggi che la parte inferiore del corpo ci manda. Ora mi richiedo, da dove trarre nutrimento per la mia voce? La nostra voce cerca e ricava il suo nutrimento, con il respiro profondo, nell’addome, entrando in contatto così con la sede e il serbatoio della nostra energia vitale (con il
tan-tien che per i cinesi è la sede del
Chi cioè dell’energia vitale, o con lo
hara per i giapponesi). Nel nostro corpo portiamo le tracce della nostra respirazione superficiale e della difficoltà perciò, a raggiungere e a portare a livello di coscienza i lati oscuri del nostro carattere. Nel corpo portiamo i segni più evidenti di grossi squilibri, di voragini energetiche dove disperdiamo la nostra forza nel tenerci fermi e rigidi. Nella vita quotidiana, tuttavia, possiamo scovare altri indicatori di sicurezze mancanti, di legami non realizzati, di dipendenze tanto tenaci quanto difficilmente sradicabili. Questi indicatori, in sintesi, possiamo chiamarli con il nome di
“mancanza di radici“.