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Maneggiare gli stati d'animo PDF Stampa E-mail

Dopo aver sperimentato la modificazione delle submodalità dei ricordi, qualunque cosa succeda io considererò il fatto in sé solamente come una parte dell'avvenimento. Sarò conscio che il mio stato d'animo non dipende solo da quel che accade ma pure da come lo recepisco, lo leggo, lo memorizzo. Il puro avvenimento diventa di importanza relativa. Non è più il tutto ma solo una parte. Imparo così che, se non posso agire sugli avvenimenti, posso maneggiare il mio rapporto con i fatti. Questa coscienza cambia la prospettiva attraverso la quale guardo le cose. Quando il tuo amore ti sfugge, pur essendo disperato, mantieni uno spazio di manovra. La tua visuale non è completamente occupata dall'evento, se sei cosciente delle submodalità operative che la tua mente utilizza. Automaticamente dedichi una parte della tua attenzione a osservare che la sofferenza più intensa non è provocata dal fatto, quanto dai pensieri che ci fai sopra. Dalla forma di questi pensieri.

 
Le persone gelose, ad esempio, trovano sempre un particolare del tradimento che ne amplifica la gravità: “L'hai fatto col mio miglior amico!”. “L'hai fatto col mio peggior nemico!” “Non sei venuto a dirmelo!” “Sei stato tanto insensibile da farmelo sapere!”

 
In realtà non esiste tradimento perfetto. Comunque tradiate una persona gelosa, questa si imbestialirà come un canguro a cui abbiano pestato la coda. La sofferenza in sé per il rifiuto che leggiamo nel tradimento non ci basta. La amplifichiamo, cercando nell'evento gli aspetti più sgradevoli. Può sembrare poca cosa detto così, ma quando inizia a succedere ti accorgi che è un mutamento molto profondo. Mentre i fatti accadono, la tua curiosità mette in moto un atteggiamento distaccato e imperturbabile che non sembra coinvolto dagli accadimenti.

 
Dentro di noi ci sono alcune di queste voci interiori. Per l'esattezza, tre. Quella paranoica, rapida, imperiosa, iper-razionale e minacciosa, che è l'espressione dell'istinto di sopravvivenza. Quella sognante, infantile, piena di speranza, desiderante, con la quale ti crogioli quando resti a letto, al mattino, a poltrire. È la voce che si esprime nei momenti di flusso, la voce dell'inconscio. Infine, quella voce distaccata. Gli orientali la chiamano "l'osservatore". È l'espressione di una specie di personalità meccanica, che ha la funzione di comunicatore tra mente razionale e mente irrazionale.

 
Potremo dire che è la razionalità dell'inconscio o l'irrazionalità del conscio. Ha un funzione stabilizzatrice. Nei momenti di pericolo, come nello stress del lavoro, è in grado di ripetere e suggerire le modalità operative precedentemente apprese. Come le due altre voci interiori, ha vita propria. Tutte e tre sono fuori dal controllo del nostro io razionale. Dicono quel che vogliono e non c'è modo di tacitarle. Ed è "l'osservatore" che attribuisce valore agli eventi.

 



 
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