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Come il pensiero negativo si cristallizza

Louise Hay dice che la malattia è il tentativo del corpo di adeguarsi, di rappresentare le idee sbagliate. Il corpo ci ubbidisce. La paura fa tendere i muscoli della testa fino a strozzare la radice dei capelli. Così diventiamo calvi. Il rifiuto di sapere cosa sta accadendo attorno crea malattie agli occhi e alle orecchie. Quando nella nostra vita c'è qualcosa che giudichiamo totalmente inaccettabile o vogliamo negare il nostro valore, viene il mal di testa. L'ira trattenuta porta a brufoli, febbri e macchie della pelle. I mali alle ginocchia sono segno di rigidità, incapacità di essere flessibili, ecc. La Hay propone tutta una serie di ipotesi simili e dice che le ha verificate corrispondenti alla realtà nel 90-95% dei casi. La sua ricetta è di opporre, all'idea negativa sulla capacità che ha provocato il mal di testa, una frase ripetuta che affermi il contrario, tipo: "Io sono perfettamente adatto a realizzare i miei desideri e amo farlo". Questo metodo può aiutare, forse, alcuni. Ma se non ti convince, come non convince del tutto me, puoi limitarti a capire l'essenza di questo metodo, trovando un modo diverso di applicarne i principi di base. Io ho letto i libri della Hay per capire il suo pensiero, che ho trovato molto sollecitante anche se un po' estremista. La Hay non ha mai voglia di ridere su quel che dice. Ma forse ha le sue buone ragioni. Anche questa è una cosa che ho faticato a imparare: non accettare tutto o scartare tutto delle idee degli altri ma cercare di cogliere ovunque quella frazione di verità, derivata dall'esperienza concreta (vale a dire, dalla ricchezza che ciascuna persona può regalarti). La soluzione che ho trovato più adatta a me è quella di fare uno sforzo di sincerità, di guardarmi dentro e vedere come io mi immagino veramente. Mi è successo quando mi sono rotto il menisco. Come abbiamo visto, per la Hay le ginocchia sono un simbolo di flessibilità. In altri termini: ero troppo rigido. Ho riflettuto su questo e ho scorto come dentro di me il risentimento e la paura abbiano creato un ego (un'idea di me stesso, un cristallo che è il fulcro della mia personalità), solo apparentemente aperto e disponibile. C'è in me un nucleo piccolo, ma durissimo. Una sbarretta di acciaio al vanadio che rifiuta di aprirsi, di unirsi, di fluire. È la mia fortezza inespugnabile, la presunzione di poter fuggire al mondo creando un luogo che è mio dominio assoluto, che ha la forza di non essere parte di questo mondo. Ho cercato di percepire il funzionamento del meccanismo di base, di vedere come avveleno la mia vita e, soprattutto, ho cercato di vedere quante opportunità perdo ogni giorno, seguendo le mie vie altezzose. Mi sono accorto di quanto sia pazzesco, inutile e faticoso pensare che sei separato dal mondo; lottare per creare un luogo dentro di te dove il mondo non possa raggiungerti e colpirti. Far così vuol dire anche creare un luogo dentro di te dove il mondo non possa far giungere la sua energia, il suo nutrimento vitale. Cioè crearsi una personalità, un ego, che inaridisce, perché non è più nutrito dalla corrente della vita. Lo stesso accade a chi crede di non esistere. Anche ciò che non c'è non può ricevere la linfa vitale dell'universo.



 
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