HOME
RUBRICHE
La Via delle Origini
Perchè il Tibet è cinese?
RUBRICHE
La Via delle Origini
Perchè il Tibet è cinese? | Perchè il Tibet è cinese? |
|
|
|
|
Pagina 5 di 10
La completa annessione
Il XXIV Dalai Lama, con altri funzionari del governo, trovò rifugio a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, nell’India nord-occidentale, dove nel 1959 venne costituito il Governo Tibetano in esilio ancora oggi insediato. Il 1° settembre 1965 nacque invece ufficialmente la “TAR” (Tibet Autonomous Region): con tale ordinamento il Paese, in pratica, venne annesso completamente alla Cina. Durante la “Grande Rivoluzione Culturale”, tra il 1966-68, i comunisti cinesi e le “guardie rosse” organizzarono una campagna sistematica di distruzione dei monasteri e di tutti i simboli della cultura tibetana. Il bilancio dello sterminio di vite umane in nome degli ideali rivoluzionari comunisti risulta essere aberrante: si stima che oltre un milione di tibetani siano stati uccisi da tale ideologia. Pur non trovando mai conferma nei rapporti ufficiali e non potendo mai essere stato verificato con esattezza il numero delle perdite, i margini di discussione della cifra non lasciano dubbi sul genocidio perpetrato. La quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui alcuni antichissimi, è stata allora distrutta, decine di migliaia di tibetani sono stati reclusi nei campi di lavoro, azioni di deforestazione indiscriminata hanno mutato l’aspetto di ampie zone di territorio, la connotazione demografica è stata radicalmente stravolta con le ondate immigratorie di cittadini cinesi. Dopo la morte di Mao, il nuovo leader cinese Deng Xiaoping inviò in Tibet una commissione per avviare un tentativo di miglioramento delle condizioni di vita dei tibetani, riducendo le tasse, consentendo qualche forma di iniziativa privata, amettendo la riapertura di alcuni palazzi storici come il Potala e il Jakong. Negli anni ‘80 vennero leggermente diminuiti alcuni divieti sull'osservanza della religione e aperti alcuni monasteri. Ma le iniziative per aprire un colloquio fattivo tra la Cina e il Dalai Lama non trovarono mai reale riscontro. Mentre ogni forma di manifestazione di protesta o opposizione da parte della società civile, venne trattata con le solite modalità repressive. |
| Pros. > |
|---|










Il XXIV Dalai Lama, con altri funzionari del governo, trovò rifugio a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, nell’India nord-occidentale, dove nel 1959 venne costituito il Governo Tibetano in esilio ancora oggi insediato. Il 1° settembre 1965 nacque invece ufficialmente la “TAR” (Tibet Autonomous Region): con tale ordinamento il Paese, in pratica, venne annesso completamente alla Cina. Durante la “Grande Rivoluzione Culturale”, tra il 1966-68, i comunisti cinesi e le “guardie rosse” organizzarono una campagna sistematica di distruzione dei monasteri e di tutti i simboli della cultura tibetana. Il bilancio dello sterminio di vite umane in nome degli ideali rivoluzionari comunisti risulta essere aberrante: si stima che oltre un milione di tibetani siano stati uccisi da tale ideologia. Pur non trovando mai conferma nei rapporti ufficiali e non potendo mai essere stato verificato con esattezza il numero delle perdite, i margini di discussione della cifra non lasciano dubbi sul genocidio perpetrato. La quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui alcuni antichissimi, è stata allora distrutta, decine di migliaia di tibetani sono stati reclusi nei campi di lavoro, azioni di deforestazione indiscriminata hanno mutato l’aspetto di ampie zone di territorio, la connotazione demografica è stata radicalmente stravolta con le ondate immigratorie di cittadini cinesi. Dopo la morte di Mao, il nuovo leader cinese Deng Xiaoping inviò in Tibet una commissione per avviare un tentativo di miglioramento delle condizioni di vita dei tibetani, riducendo le tasse, consentendo qualche forma di iniziativa privata, amettendo la riapertura di alcuni palazzi storici come il Potala e il Jakong. Negli anni ‘80 vennero leggermente diminuiti alcuni divieti sull'osservanza della religione e aperti alcuni monasteri. Ma le iniziative per aprire un colloquio fattivo tra la Cina e il Dalai Lama non trovarono mai reale riscontro. Mentre ogni forma di manifestazione di protesta o opposizione da parte della società civile, venne trattata con le solite modalità repressive. 
