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Esiste un manoscritto conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi, contiene anche i capitoli III-VII del Canone di AvicennaQanun di Ibn-Sînâ), scritti in arabo con caratteri ebraici: è un manoscritto ebraico cheraccomanda l'uso della quintessenza soprattutto come solvente per gli “antidoti dei veleni”. L’autore di questo manoscritto era un medico-alchimista ebreo vissuto in Spagna nel XIV o XV secolo e che conosceva oltre all’ebraico, il latino, lo spagnolo, l’arabo, il persiano, il turco, ed il sanscrito. Egli ripete spesso che l’aggiunta della quintessenza aumenta l’efficacia delle droghe, intesi come preparati farmaceutici. Nel manoscritto di Parigi l’uomo beve la quintessenza per vomitare il veleno, e anzi sembra che gli venga somministrata la quintessenza assieme ad un po’ di acqua avvelenata, come se, quasi omeopaticamente, si volesse curare dal veleno con il veleno. Mattioli usa questo tipo di rimedio per gli avvelenamenti da morso di animali. Sembra chiaro dunque che, anche Mattioli, fosse a conoscenza di queste pratiche e che le mettesse in uso, ma non le ‘reclamizzasse’ come pratiche alchemiche bensì come terapie ben sperimentate e funzionali. Si ritiene che la sua opera sia frutto di una conoscenza approfondita e ‘scientifica’; ed i compromessi, che egli ha dovuto fare destreggiandosi tra il sapere degli antichi e le osservazioni dirette, sono per così dire compromessi ad 'alto livello'. E’ considerato dunque uno studio che dà grande affidabilità, ed è stato per secoli la base della conoscenza farmacologica. I medici cercarono di applicare i metodi e le ricerche dell’ambito alchemico-cabbalistico in campo medico e farmacologico. In definitiva è ciò che anche Mattioli, tra negazione e verità, ha cercato di fare, ed erano le ricerche più avanzate. A questo proposito, basti citare le parole di un famoso studioso di manoscritti alchemici che delinea un profilo dell’alchimia ebraica, estensibili anche alle opere alchemiche 'serie' non-ebraiche. Patai scrive: “Gli alchimisti ebrei credettero o no nell’autenticità dell’Arte? ... mi sono posto ripetutamente il problema, giungendo alla convinzione che essi fossero sinceramente persuasi che le ricette che presentavano nei loro trattati come ‘sperimentate e vere’ fossero davvero accurate descrizioni di procedimenti che portavano ai risultati promessi...Anche una riflessione sulla vita , l’opera e il carattere dei pochi autori alchemici sui quali abbiamo informazioni conduce alla stessa conclusione...e per un religioso ebreo scrivere consapevolmente qualcosa di falso sarebbe stata una trasgressione molto grave... e com’è possibile che le migliaia di persone che furono loro clienti - e tra cui si annoverano individui intelligenti, istruiti e dotati di potere e di mezzi - abbiano continuato a credere che l’oro potesse venire prodotto in alambicchi, storte e crogioli, quando è evidente... che una simile evenienza non rientra nel novero delle cose realizzabili?
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