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Medicina e Alchimia PDF Stampa E-mail

di Sara Monticone (tratto da BioGuida n.9 Estate 2005)

 

Nel mondo degli erbari alchemici ci si rende conto di essere davanti ad un fenomeno assai complesso. Spesso sono stati definiti di carattere popolare, ma non si può escludere che questo tipo di ‘conoscenza’, impregnata di credenze che sconfinano nella magia e nella leggenda, non fosse allargata anche ad altri strati sociali. Certo è che esisteva anche una conoscenza ‘scientifica’ seria che in qualche modo inglobava ‘teorie’ di diversa natura, pseudo-scientifica o di provenienza alchemica, spagirica e magica. Non si può invalidare a priori questo tipo di cultura, anche se non sembrano esistere erbari manoscritti alchemici che dimostrassero di avere la stessa magnificenza delle opere alchemiche vere e proprie, e non significa che alcuni erbari considerati alchemici lo fossero in senso stretto. Tra il XIV e il XVI secolo i medici avevano una grandissima eredità classica a cui fare riferimento ma ferveva il desiderio e il bisogno di avanzare nella ricerca. Un problema non trascurabile era costituito dalla Chiesa cattolica che esercitava un fortissimo controllo sulla pratica medica. Essa si opponeva soprattutto a due categorie di individui: coloro che cercavano di praticare l’arte della medicina al di fuori dei divieti ecclesiastici, e coloro che la praticavano ma non erano di fede cattolica. Uno dei medici più conosciuti dell'epoca è Pietro Andrea Mattioli che ottenne la laurea all’Università di Padova nel 1523. Dopo aver vissuto e lavorato a Gorizia, si trasferisce nel 1555 in Boemia alla corte di Ferdinando I d’Asburgo, dove viene nominato medico personale del principe Ferdinando, secondogenito dell’imperatore. L’opera del Mattioli fu pubblicata per la prima volta nel 1544, quando viveva a Gorizia ed era ancora poco conosciuto. Mattioli ha il merito di aver scritto un’opera imponente, riassumendo in modo critico tutta la conoscenza farmacologica del suo tempo. I suoi Discorsi sono introdotti da un’epistola indirizzata a Christofano Madruccio, cardinale, vescovo e Principe di Trento e di Priscianone, per chiarire le ragioni del suo lavoro e l’importanza che esso riveste.



 
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