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Gli Erbari Alchemici PDF Stampa E-mail

La prima cosa che sorprende in un erbario alchemico, è la nomenclatura delle piante. I nomi sono piuttosto strani, hanno il sapore di una lingua inventata, come se facessero parte di una conoscenza riservata a pochi: le erbe però sono le stesse presenti negli erbari medici classici. A parte alcune variazioni regionali, i nomi sono sempre gli stessi, e lo stesso vale per le caratteristiche delle piante che vi sono disegnate. Spesso è difficile capire come queste immagini abbiano avuto origine, come per l’erba teodoris o teodora (fig.), disegnata sempre con tre foglie che nascono da un rizoma: invariabilmente queste foglie sono colorate a scacchi e da esse dipartono due fiori. Si dice che l’erba risplenda nella notte e può apparire come un fantasma se non la si conosce. L’erba lunaria (fig.) possiede invece quindici foglie, ne perde una per ogni giorno di luna crescente e, se portata addosso, rende allegri e invisibili. L’erba luccia è presente in due varietà, la “maggiore” e la “minore”, ed essa “richiama l’idea di luce e di lucente, e… per assonanza di nomi la si rappresenta inserendo un pesce luccio nella radice”. I primi esempi di piante alchemiche si trovano già nel Codice di Giuliana Anicia del V sec., che contiene la Materia medica del Dioscoride: sono l’erba Gorgoneion (fig.), identificata con l’Eryngium maritimum, e la Mandragora (figg. ), il cui nome latino è Mandragora officinarum, sinonimo di Mandragora vernalis, rappresentata in forma antropomorfa femminile e maschile. La differenza tra i due tipi di mandragora sarebbe dovuta alla forza dei suoi principi farmacologici. La sua raffigurazione antropomorfa ha origine nella cultura greco-romana, ma assume una particolare importanza nel mondo del pensiero ebraico cabalistico. La Mandragora avrebbe avuto origine da una polluzione notturna di Adamo sotto l’Albero del Bene e del Male: questo spiegherebbe i suoi poteri afrodisiaci e fecondanti. Anche nella Genesi (cap. XXX-14) Lea e Rachele hanno usato la pianta per tornare alla fertilità. I manoscritti alchemici spesso esibiscono creature come draghi, diavoletti più o meno rassicuranti, serpentelli, un mondo dedito ad un immaginario fantastico che desidera farsi forte di aspetti ‘magici’ e ‘scientifici’ allo stesso tempo, disegnati e studiati per dominare gli aspetti più oscuri che l’umanità ha dovuto affrontare.

Bibliografia essenziale:

M. COLLINS, Medieval herbals.
The illustrative Tradition, London 2000.
S. TORESELLA, Gli erbari degli alchimisti, in L. SAGINATI (a cura di),
Arte farmaceutica e piante medicinali, Pisa 1996.




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