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Medicina, Psiche e Malattie... PDF Stampa E-mail
di Marco Pizzi (tratto da BioGuida n.24 - Primavera 2009)
 
 
 
Essere sani, essere in forma e godere di buona salute è uno dei pensieri più ricorrenti in ogni essere umano. Come qualsiasi macchina biologica, il corpo (e la mente) necessitano di attenzioni e di cure, e talvolta, per così dire, necessitano di “riparazioni”. In molti casi, l’organismo provvede da sé, avendo iscritti al suo interno dei meccanismi di prevenzione (per esempio le terminazioni nervose) e dei meccanismi di riparazione (per esempio la capacità di cicatrizzare una ferita).
  
Già questo pensiero, in sé, si può rivelare complesso: l’idea di un corpo “autosufficiente” è molto lontana dal pensiero occidentale moderno. Normalmente non crediamo alle capacità di auto-difesa dell’organismo e ci si affida a specialisti nel settore. In altri termini, si è creata una sfiducia nelle capacità autorigeneranti dell’organismo a favore delle capacità di qualcosa di “esterno”, quali specialisti o farmaci, che si sostituiscano al posto dell’organismo stesso e provvedano al suo buon funzionamento. Questo modo di pensare non è di per sé qualcosa di sbagliato, quanto piuttosto qualcosa di sbilanciato, di non equilibrato. La fiducia verso l’esterno, così facendo, diventa totale e, allo stesso modo, la fiducia nelle proprie capacità crolla a zero. Da troppi anni oramai è in atto un perverso meccanismo che genera una particolare angoscia, comunemente designato con il termine “rischio di malattia”.
  
Malattia è una parola che terrorizza molte persone. È l’idea di non essere più adeguati, utili, o addirittura indispensabili, in un mondo dove ogni cosa viene valutata in termini di efficienza. La malattia, in particolare “qualcosa di grave”, allontana le altre persone, come la visione di uno spettro brutale. All’improvviso si diventa dipendenti da altri, incapaci, totalmente abbandonati alla speranza di una guarigione, inermi. Per taluni vale l’opposto: la malattia diventa un modo per ricevere attenzioni, tramite essa si diventa “visibili”, importanti, accuditi. In ogni caso, all’improvviso cambiano i valori interni, anzi cambia il modo di vedere molte cose… almeno sino a che dura la malattia. Che, in realtà, è spesso un fantasma.
  
Una diagnosi è già un forte evento traumatico. Ma la cosa peggiore è che la diagnosi prevede l’uso di un termine per indicare qualcosa che non si capisce. Una parola, cioè un riferimento certo, nasconde un mondo sconosciuto. Nella migliore delle ipotesi esistono delle spiegazioni sul come agisce, sul che cosa potrebbe provocare la malattia, ma raramente sul che cosa l’ha causata. Inizia così una inutile ricerca di spiegazioni, nel cercare di comprenderne il perché, con il solo risultato di trovarsi davanti a tutta una serie di pensieri, man mano più ossessivi, nel tentativo di individuare la causa di un male.
  
Già la causa. Perché se una persona a cui viene diagnosticato una seria malattia non ne capisce la causa, non può neanche avere uno strumento per difendersi dal male stesso. Il tutto si riassume allora in termini di “cure”. Attenzione però. Parlare di cure non significa necessariamente parlare di guarigione. A questo punto non si conosce la causa e non si conosce neanche il modo per risolvere il problema…
  
Un paziente una volta mi raccontò di essere stato molto contento perché un medico finalmente gli aveva spiegato i processi che si erano messi in atto nel suo organismo. Aveva preso la mappa di un corpo umano e gli aveva fatto vedere il tutto. Non gli aveva parlato di guarigione o di cure, ma semplicemente spiegato cos’era successo. Questo paziente, per il solo fatto che qualcuno finalmente si fosse preso la briga di dargli una spiegazione, si è sentito sollevato, seppur nulla fosse cambiato.
  
Spesso invece questo, a quanto pare, non accade. Un malato (o un suo caro), cerca le notizie dove può, magari da riviste o su internet…. Il guaio è che, da quel momento in poi, entra in un mondo fatto da infiniti universi, ognuno dei quali si fa portatore di guarigioni ma che, alla fine, non possono mantenere la loro promessa. Il tutto però favorisce nel malato un costante, infinito senso di frustrazione e angoscia: quale, fra le mille verità, sarà quella giusta? Ed esiste poi una vera cura?
 
Ma intanto ci si può chiedere: perché tutte le varie cure proposte, per poter “autoreferenziarsi” hanno la necessità di screditare le altre possibili cure? Cosa rappresenterebbero questi “giochi politici” in cui ci si preoccupa più dell’orticello del vicino anziché coltivare il proprio? Qual’ è l’obiettivo di un simile meccanismo sociale in atto?


 
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