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Vivisiezione: per il "bene" dell'umanità... |
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Pagina 1 di 3 di Roberta Benini (tratto da BioGuida n.6 Autunno 2004)
Per quanto si possano utilizzare sinonimi meno duri, si tratta sempre di vivisezione, di torture inflitte inutilmente ad animali vivi. La normativa a riguardo è molto precisa, parla anche di “benessere degli animali da laboratorio” in un tragico ossimoro. Non solo cavie: cani, gatti, scimmie, un orrore quotidiano che spesso non viene riconosciuto, oppure camuffato da ricerca scientifica, spacciato come insostituibile, per eliminare la sofferenza e la malattia negli esseri “umani”. Purtroppo non è neppure vero: al di là delle convinzioni etiche, nessuno può affermare l’efficacia dei test sugli animali.
Le sostanze ad azione farmacologica vengono comunque testate su umani, spesso con devastanti effetti – del resto chi può affermare che il metabolismo di un criceto sia paragonabile a quello di un “umano” – si deve proprio ricordare il talomidone e i bambini tetraplegici, nati da madri che curavano la nausea in gravidanza con quel farmaco? Recentemente un articolo su "British Medical Journal” chiede un'urgente revisione formale delle attuali procedure di ricerca. Ian Roberts della London School of Hygiene and Tropical Medicine ed i suoi colleghi hanno identificato sei caratteristiche degli esperimenti sugli animali pubblicati nella letteratura scientifica che rivelano gravi mancanze nel contributo di queste ricerche nella medicina clinica. Fra queste, gravi errori di pianificazione o la conduzione simultanea di prove su animali e cliniche. Se gli esperimenti sugli animali non forniscono informazioni alla ricerca medica, o se la qualità degli esperimenti è così bassa da rendere inconcludenti i risultati, allora la ricerca è stata condotta senza una reale necessità. Alcuni potenziali difetti della sperimentazione animale sono: utilizzo di specie tanto diverse dall'uomo, a tal punto che i risultati non siano applicabili su di esso; dosaggi dei farmaci molto diversi da quelli utilizzati per l'uomo; conclusioni deboli generate da piccoli gruppi di sperimentazione; variabilità dei criteri di selezione degli animali; eccessiva differenza nel modo di indurre la malattia o la lesione con quanto accade nell'uomo. Gli scienziati auspicano un programma di ricerca che analizzi i dati già esistenti, per scoprire se effettivamente gli studi sugli animali possano essere applicati agli esseri umani. "Chiediamo soltanto - spiega Roberts - che gli stessi standards applicati nelle ricerche sugli umani vengano applicati alle ricerche sugli animali. Non tolleriamo analisi a caso o potenzialmente distorte per la ricerca su di essi, e, dunque, perché le dovremmo tollerare per la ricerca sugli animali? ( www.evsrl.it/vet.journal/ )
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