Premessa
Prima o poi, nella nostra vita, esiste un preciso passaggio interiore nel quale si decide il destino del nostro amico animale e, come sempre, la scelta che siamo costretti a fare coinvolge inevitabilmente un altro essere. L’importanza e l’insistenza, da parte mia, nel riflettere su queste questioni sta nel fatto che questo essere si fidi ciecamente della nostra capacità di scelta. A tal puntola affidarci la sua stessa esistenza. In questo articolo cercherò di analizzare più nei dettagli uno dei momenti più importanti del nostro rapporto con l’animale, cioè quello che accade nella nostra interiorità e, di conseguenza, al nostro animale, nel momento in cui si decide il suo destino: il punto di svolta interiore tra l’accanimento terapeutico e l’accettazione della morte, dentro e fuori di noi.
Dolore fisico o dolore emozionale?
Per prima cosa cerchiamo di capire perché è così importante affrontare questo tema. Pensiamo per un attimo cosa succede ad un animale che sia in grado di scegliere: un animale che può scegliere significa che ha la possibilità di interagire con l’ambiente esterno e che, quindi, ha la possibilità di trovare il luogo e il momento nel quale morire. Normalmente, in Natura, intendo, questo accade sempre. Quando l’animale sente che la vita lo sta abbandonando, prima che le ultime forze gli vengano meno, istintivamente si allontana dal branco; istintivamente sceglie un luogo e serenamente aspetta che la morte sopravvenga. Agli animali che vivono in appartamento questa ultima opportunità di scelta viene preclusa. Il più delle volte viene preclusa perché fino all’ultimo si spera che l’animale guarisca. Poi, molto spesso accade che la drammatica realtà, con una spallata improvvisa, faccia vacillare e perfino cadere la speranza che si era riposta in quell’ultima cura, in quell’ultimo, bravissimo veterinario. Così, per non far soffrire l’animale, si decide l’eutanasia. Nella mia esperienza pratica, posso dire molto serenamente che il dolore e la sofferenza dell’animale passa inevitabilmente attraverso la nostra non-accettazione della morte e, non accettare questo inevitabile passaggio, provoca un intenso dolore nell’animale. Mi spiace dirlo, ma è così. Non possiamo pensare che il dolore fisico sia l’unico dolore che l’animale sia in grado di sentire. Sicuramente ognuno avrà avuto modo di cogliere nel suo animale quegli aspetti più peculiari della sua componente emozionale come la gioia, la tristezza, la paura, ecc. Ebbene anche queste parti, che non appartengono strettamente alla parte fisica del loro essere, ma che tuttavia compenetrano e si agganciano all’aspetto corporeo, sono coinvolte nel processo della morte. Per dirla in parole più semplici possiamo paragonare l’animale ad un’arancia. Quando sbucciamo un arancia vediamo che ci sono dei filamenti biancastri che si insinuano tra gli spicchi e che nell’insieme ci danno l’idea che questa polpa biancastra concorra a mantenere la compattezza del frutto. Però i nostri occhi vedono due cose: gli spicchi e la buccia.
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