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Per non perdersi d’animo, all’università insegnavano che, qualora non si fosse riusciti a risolvere il problema, c’era sempre la chirurgia che in maniera definitiva eliminava alla radice l’organo malato. Questo modello, l’insieme cioè di tutte quelle metodiche terapeutiche la cui nascita venne sancita definitivamente nel 1927 con il postulato di Koch, può venire riassunto in un unico concetto: la causa della malattia è fuori di me. L’origine della malattia cioè, è sempre da considerarsi esterna a chi la subisce. Da quella data in poi, nell’umanità intera è stata creata un forma pensiero per cui l’ambiente nel quale viviamo è ritenuto sempre più ostile: batteri, virus e funghi fanno da padrone e alla medicina, non resta che dichiarare guerra a questa o a quella malattia, dirottando l’attenzione dei media, e di conseguenza dell’opinione pubblica, verso una ricerca sfrenata per tentare di sconfiggere definitivamente questo o quell’altro agente patogeno. La ricerca scientifica rappresenta l’apice di questa grande piramide, la cui base è rappresentata da tutte quelle persone che credono ciecamente in tale modello. Durante la mia preparazione scientifica e ancora per qualche anno dopo, mi sono immedesimato anch’io in questo modello. Dalla sperimentazione animale alla vivisezione, dal consumo di carne agli allevamenti intensivi, passando per una strada che apporti ricchezza a chi ha in mano la gestione di tali risorse, si è sempre considerato il regno animale come un mezzo da sfruttare, nascondendosi dietro il paravento del benessere dell’umanità. E’ mai possibile, mi domandavo, che svolgendo una professione nella quale l’atto terapeutico risulta essere la cosa più importante, la scelta del rimedio che ha il potere di guarire l’animale ( e anche l’uomo, ovviamente ) debba sempre e comunque derivare da una sofferenza animale? Qual è il senso di usare un tipo di terapia che crea beneficio al singolo se la stessa, solo poco tempo prima, ha creato la sofferenza a molti, passando per l’iter della sperimentazione animale?
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