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Alice, la protagonista dell'omonimo film di Woody Allen, si affida alle cure di un vecchio medico tradizionale cinese per un disturbo muscolare, e grazie a una serie di prodigiose erbe svilupperà sensi eccezionalmente acuti che le permetteranno di cambiare la sua vita, in meglio. L'idea che un medico, possibilmente enigmatico e di aspetto esotico, possa avere tante portentose miscele da far inghiottire con un po' di’acqua, spaventa e conforta al tempo stesso e stigmatizza i sentimenti che, da sempre, hanno contraddistinto l'atteggiamento del paziente verso il medico. La medicina occidentale ha certamente peccato di ubris (vendetta) nei confronti dei poveri pazienti, specialmente negli ultimi decenni quando i medici hanno acquisito mille competenze e conoscenze tecnologiche che hanno fatto loro dimenticare pietas (pietà) e comunicabilità in qualche recesso polveroso delle strutture sanitarie. Questa sventurata dimenticanza, che ha la sua origine all'Università e prosegue con le difficoltà della professione medica, ha spalancato le porte a un'orda di “maghetti ed orchetti” dalle sembianze accattivanti che, per i motivi più disparati, trovano soddisfacente giocare ai dottori, anzi ai terapeuti, agendo in accoglienti antri pieni di incenso, fontanelle d’acqua corrente ed essenze profumate. La maggior parte di essi (certo, non tutti) è accomunata da una robusta ignoranza della fisiologia e dell'anatomia degli incauti pazienti (umani o animali) che, mortificati dalla freddezza della medicina convenzionale, ingabbiati nelle macchine diagnostiche, sconfitti da terapie spesso tanto inutili quanto ricche di effetti collaterali, decidono di rivolgersi al settore “alternativo”. E il mondo degli alternativi assomiglia in modo preoccupante al giardino di un'altra Alice, quella di Lewis Carroll, popolato da personaggi davvero stravaganti. Se è vero che curare è un'arte, non è però possibile affidarsi alla fantasia per fare diagnosi e terapia. |
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di Roberta Benini (tratto da BioGuida n.14 Autunno 2006)
Alice, la protagonista dell'omonimo film di Woody Allen, si affida alle cure di un vecchio medico tradizionale cinese per un disturbo muscolare, e grazie a una serie di prodigiose erbe svilupperà sensi eccezionalmente acuti che le permetteranno di cambiare la sua vita, in meglio. L'idea che un medico, possibilmente enigmatico e di aspetto esotico, possa avere tante portentose miscele da far inghiottire con un po' di’acqua, spaventa e conforta al tempo stesso e stigmatizza i sentimenti che, da sempre, hanno contraddistinto l'atteggiamento del paziente verso il medico. La medicina occidentale ha certamente peccato di ubris (vendetta) nei confronti dei poveri pazienti, specialmente negli ultimi decenni quando i medici hanno acquisito mille competenze e conoscenze tecnologiche che hanno fatto loro dimenticare pietas (pietà) e comunicabilità in qualche recesso polveroso delle strutture sanitarie. Questa sventurata dimenticanza, che ha la sua origine all'Università e prosegue con le difficoltà della professione medica, ha spalancato le porte a un'orda di “maghetti ed orchetti” dalle sembianze accattivanti che, per i motivi più disparati, trovano soddisfacente giocare ai dottori, anzi ai terapeuti, agendo in accoglienti antri pieni di incenso, fontanelle d’acqua corrente ed essenze profumate. La maggior parte di essi (certo, non tutti) è accomunata da una robusta ignoranza della fisiologia e dell'anatomia degli incauti pazienti (umani o animali) che, mortificati dalla freddezza della medicina convenzionale, ingabbiati nelle macchine diagnostiche, sconfitti da terapie spesso tanto inutili quanto ricche di effetti collaterali, decidono di rivolgersi al settore “alternativo”. E il mondo degli alternativi assomiglia in modo preoccupante al giardino di un'altra Alice, quella di Lewis Carroll, popolato da personaggi davvero stravaganti. Se è vero che curare è un'arte, non è però possibile affidarsi alla fantasia per fare diagnosi e terapia. 
