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L'Influenza per i Polli... PDF Stampa E-mail

Ogni inverno arriva l'influenza per gli umani: il serbatoio del virus è sempre in Oriente. Da anni in Italia è presente l'influenza aviaria, ci sono focolai in varie province, milioni di animali sono stati uccisi e distrutti senza che nessuno strombazzasse alla pandemia. La vigilanza veterinaria mantiene sotto controllo allevamenti e macelli, le malattie ci sono, le zoonosi pure, nulla di nuovo sotto il cielo… Eppure, nel turbine di notizie divulgate a proposito (e a sproposito) dell'influenza aviaria, pochi si sono soffermati a pensare ai malati, vale a dire ai polli e ai tacchini! I mangiatori di carne richiedono un certificato di provenienza del cibo: dove è stato allevato e macellato… sul come vivono e muoiono gli animali c'è poco interesse. Lo sfruttamento intensivo degli animali ha creato lager ben organizzati dove i polli, accalcati, trascorrono la loro breve vita immersi nelle loro stesse deiezioni, impestando l'aria di vapori di ammoniaca, in capannoni costantemente illuminati (per ridurne l'aggressività). Non è sorprendente che siano necessari mangimi ”medicati” per farli sopravvivere in queste condizioni fino al loro sessantesimo giorno, quando le luci vengono spente per catturarli e portarli al macello, in un turbinio di piume e grida strozzate. Nel corso di laurea in medicina veterinaria c'è un esame di patologia aviaria, l'esame autoptico è fondamentale e proprio per questo si era soliti andare a prendere le carcasse dei polli trovati morti al mattino negli allevamenti. Quei piccoli corpi, scomposti dalla morte, non ancora irrigiditi (nei capannoni fa caldo e il rigor mortis si instaura più lentamente), abbandonati in cataste, erano ancora più tristi da vedersi degli animali eviscerati che un tempo pendevano appesi nelle macellerie (ora sono invece composti e sigillati in involucri di plastica trasparente, magari dotati di sgargianti e simpatiche etichette, meno offensivi per la vista). Sono situazioni che non si possono dimenticare, scene molto educative. Tempo fa, in un ristorante, o chiesto se in una pietanza ci fosse della carne: il cameriere, con tono rassicurante, mi ha risposto “sì, ma non si sente”. Ecco, in questa mancanza di ”sentire” , il nostro tempo è maestro: mancanza di compassione per gli altri, tutti gli altri, che ci circondano.



 
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