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Il Fiore dell'addio - parte seconda PDF Stampa E-mail

di Stefano Cattinelli (tratto da BioGuida n.4 Primavera 2004)

 

(parte seconda)

Il mondo scientifico

Il fiore dell’addio, parla di un passaggio chiave del rapporto uomo - animale, parla di una fine e di un inizio, e come tutti i fiori di Bach, parla di un’esperienza. Mi ricordo molto bene quando feci la mia prima eutanasia: fu in Irlanda, ad un capra. La mastite, da tanto tempo trascurata e cronicizzata, l’avevano ridotta ad uno scheletro; l’allevatore, non potendo recuperare nulla dalla macellazione dell’animale, un giorno decise che era giunto il momento di sospendere l’ennesimo ciclo di antibiotico e di dare infine sollievo all’animale sofferente. Non so perché accadde quello che sto per raccontarvi, non avevo molta esperienza né con l’eutanasie né tanto meno con le capre, ma successe che, quando all’animale si praticò l’iniezione letale, nonostante sembrasse che la precedente inoculazione di anestetico avesse pienamente sortito l’effetto desiderato, l’animale emise un lungo e rauco lamento. Tutti si stupirono di quella reazione così, diciamo, “animalesca”; “Sembra quasi che l’anestetico non abbia fatto effetto” commentò semplicemente il collega che mi aveva aiutato a prendere la vena. “Mah.....vai tu a sapere; comunque adesso è morta e almeno non soffrirà più. ” Le cose da fare, le altre innumerevoli incombenze che una clinica veterinaria imponevano di svolgere, presero rapidamente il sopravvento su quello stupore e insieme all’immediato trasferimento dell’animale all’inceneritore, si allontanò, piuttosto rapidamente dalla coscienza, anche il forte impatto emotivo che sperimentai in quel frangente. Mai, mai e poi mai, si affrontarono argomenti simili all’università. Nessun professore, mai, mi raccontò la sua prima esperienza con la morte di un animale, né tantomeno si tentò in qualche modo di sviluppare l’argomento. Che ne so... si poteva parlare della sofferenza animale; anche semplicemente dal punto di vista scientifico, se proprio non si voleva affrontare l’aspetto emozionale della faccenda; ma niente: mai affrontata neppure di striscio la questione. “La vitamina T” veniva chiamato il farmaco per l’eutanasia, dall’iniziale del nome del farmaco: unico goffo e appiattente tentativo per sdrammatizzare una situazione emozionale che non si era mai voluta affrontare. Così senza grossi preamboli, la fine del rapporto uomo animale, di quel rapporto incredibilmente ricco e arricchente per entrambi, di quel rapporto che aveva resistito a tutti traslochi e agli innumerevoli conflitti che 13-14 anni di convivenza all’interno di un nucleo famigliare inevitabilmente portano, la sua fine, dicevo, veniva decretata da un quanto mai ironica “vitamina T”. Senza nemmeno provare a cercare una qualche risposta alle mille domande che nascevano, dal momento che il veterinario, non solo era l’artefice materiale della fine di questo rapporto, ma possedeva anche il peso professionale per far spostare il piatto della bilancia della vita o della morte, da una parte o dall’altra.


 
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