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Il Fiore dell’addio - parte prima PDF Stampa E-mail

Completamente attonito per la scena che stavo vedendo, mi avvicinai all’uomo e gli chiesi quale fosse lo scopo di quella strana messa in scena; candidamente l’inserviente mi rispose che stavano sperimentando un nuovo antifiammatorio e, per vedere se funzionasse, bisognava prima di tutto creare lesioni ai ginocchi degli animali; per questo motivo, dopo averli operati per creare artificiosamente queste lesioni, facendoli correre per un po’ di tempo, l’articolazione si sarebbe infiammata a sufficienza per sperimentare l’efficacia del nuovo prodotto. I cani legati a questa macabra giostra erano Beagle! Non riuscii mai a capire la differenza che c’era tra uno di loro e il cane che aveva scelto di trascorrere la sua vita con me. Per me avevano gli stessi occhi, lo stesso sguardo fiducioso e soprattutto gli stessi ginocchi. Veramente non potevo capire come un animale fosse più importante dell’altro e perché per il beneficio di alcuni, dovevano necessariamente soffrire in molti. Fu così che capii che il modello che mi stavano proponendo, quello scientifico universitario, era un modo di rapportarsi al mondo animale che includeva nel suo interno il concetto inevitabile e indiscutibile di sofferenza. La sperimentazione animale, fatta sia per provare i farmaci umani sia quelli veterinari, sta alla base di ogni farmaco chimico che usiamo per noi e per i nostri animali. Ogni antibiotico, ogni diuretico, ogni antinfimmatorio, ogni molecola di sintesi e non, che appartiene al mondo scientifico, lascia dietro di sé sempre una scia di sofferenza e di dolore. Era questo che volevo? Volevo veramente essere un complice passivo di questa realtà?



 
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