Perchè il Tibet è cinese?
di Pierpaolo Bon - foto tibet di Silvia Vernetto (tratto da BioGuida n.21 - Estate 2008)
 
 
 
Il Paese delle Nevi
 
Il Tibet, un’immensa regione di montagne e altipiani, ha da sempre attratto l’attenzione dei vicini confinari per la sua posizione strategica: qui nascono fiumi quali lo Yangze, il Fiume Giallo, l’Indo, il Mekong, il Brahmaputra, le grandi riserve d' acqua dell’intero continente asiatico. I giacimenti di minerali preziosi, come l'oro, forse più apprezzato un tempo, o l'uranio, certamente oggetto di maggiore attenzione ai giorni nostri, hanno contribuito a stimolare gli appetiti sulla zona. Gli abitanti del Tibet non parlano il cinese, la loro scrittura non si avvale di ideogrammi, la propria specificità culturale e religiosa non trova pari nella storia millenaria della Cina. Eppure, le mire colonialistiche cinesi sul Tibet sono una costante, in vigore almeno dai tempi della dominazione mongola. Tra la metà del XIII e la metà del XIV secolo, Cina e Tibet si ritrovarono sotto lo stesso regime politico, vale a dire sotto l’egemonia dell’impero mongolo che, con il suo straordinario esercito, dominava l’intero continente asiatico.
  
La legittimazione cinese
  
E’ proprio da questo periodo che trae fondamento il principio teorico di legittimazione della moderna annessione cinese del Tibet. Più di sette secoli fa, infatti, Cina, Tibet e Mongolia erano parti dello stesso impero. Per questo motivo oggi la Cina, potenza egemone, rivendica la piena legittimità ad esercitare la propria sovranità su un territorio un tempo unito. Già con il declino della potenza dell’impero mongolo, alla fine del ‘600, il Tibet iniziò a sentire il peso del “grande vicino”. Lungo tutto il ‘700, con la dinastia Manciù, vi furono molteplici tentativi di estendere l’ingerenza cinese in Tibet, con episodi anche cruenti ma senza giungere ad una guerra aperta. A fine secolo lo scacchiere internazionale dell’Estremo Oriente era ormai drasticamente mutato, con la presenza degli imperi occidentali e, soprattutto, della Gran Bretagna in India. Nel 1800, la vastità del territorio tibetano si trovò incastrata in un gioco di strategia tra le tendenze egemoniche della Cina e quelle inglesi, cui più tardi si aggiunsero quelle russe, portando a soluzioni diplomatiche che produssero alcuni importanti trattati di delimitazioni confinarie. Nel 1898 la Gran Bretagna intervenne in Tibet inviando forze militari indiane proprio per una controversia confinaria, di fatto attuando un'occupazione militare del paese. In risposta a questa operazione, il ministro degli esteri cinese affermò per la prima volta in modo esplicito che la Cina, da sola, era legittimata a rivendicare la sovranità sui territori tibetani. L’episodio si concluse con un trattato in cui le due potenze si impegnavano a non intromettersi nell'amministrazione del governo tibetano e ad impedire che altri lo facessero.
  
Le ingerenze moderne
  
Solo pochi anni dopo, nel 1910, i cinesi entrarono in Tibet e costrinsero il XXIII Dalai Lama a fuggire in India dagli inglesi. Questi intervennero a loro volta per liberare Lhasa nel 1912. In Cina però, nel frattempo, era scoppiata la prima Rivoluzione, quella che porterà alla destituzione dell’ultima grande dinastia imperiale Manciù, da quasi quattro secoli al potere, con la proclamazione della Repubblica Nazionalista Cinese. Nel 1913 il XIII Dalai Lama potè così riaffermare l'indipendenza del Tibet e dare avvio ad uno storico processo di modernizzazione del paese, costruendo strade e infrastrutture, pur rimanendo la società poggiata su basi tendenzialmente feudali. La sua neutralità politica poggiava comunque sul tacito appoggio della potenza militare britannica, contando su un sistema di alleanze e protezioni che consentisse di mantenere le proprie caratteristiche di pace, indipendenza, equidistanza.
  
Il nuovo governo cinese non accettò mai l'indipendenza del Tibet: la neonata Repubblica Nazionalista non solo non ammise la “secessione” della Mongolia e del Tibet ma si propose esplicitamente di riconquistare i territori storicamente appartenuti alla Cina. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la lunghissima Guerra Civile scoppiata tra i nazionalisti repubblicani al potere dopo il 1914 e i comunisti di Mao Zedong, l’aggressione giapponese del 1931 e, infine, la Seconda Guerra Mondiale, tenne lontane le mire cinesi fino al 1949. In quell’anno, la vittoria definitiva di Mao e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, fecero subito tornare alla ribalta la questione dei "territori separati dalla madrepatria". Durante il discorso di insediamento del 1° ottobre 1949, Mao elencò uno per uno quelli che sarebbero stati ricondotti alla Cina, tra cui il Tibet, per cui si annunciò l'imminente "liberazione dal giogo dell'imperialismo britannico".
  
L’invasione cinese
  
La Guerra di Corea, scoppiata nel giugno del 1950, con l'intervento americano a sostegno della Corea del Sud, fu l’occasione per aprire la strada all’occupazione cinese, essendo lo scenario diplomatico mondiale distratto da quel fronte. Il 7 ottobre 1950, l'Esercito di Liberazione Popolare invase il Tibet, annientando lo sparuto esercito locale e prendendo, di fatto, possesso del Paese delle Nevi. Proprio alla fine dello stesso anno, l'attuale XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, assunse i poteri spirituali e temporali come Capo dello Stato, dopo aver compiuto il sedicesimo anno di età. A lui la dirigenza comunista cinese impose l’accordo noto come "Trattato di liberazione pacifica in 17 punti”. Egli fu costretto a firmarlo sotto la pressione militare cinese, dietro minaccia di occupazione della capitale Lhasa, divenando più un’imposizione unilaterale che un vero trattato di pace.
  
Ben presto seguirono misure di redistribuzione delle terre e mutamenti negli assetti di legittimazione della proprietà, fino allora strutturata in tre tipologie: quella della nobiltà, del clero buddhista e quella “libera”. Dal 1952 i cinesi vennero economicamente incentivati a trasferirsi in massa dalle regioni limitrofe: il risultato prodotto è che, ad oggi, i tibetani si trovano ad essere in minoranza nel proprio territorio. Nel 1954 il Dalai Lama chiese un incontro con Mao Tse Tung in persona per negoziare una soluzione pacifica: fu invitato a Pechino assieme al Panchen Lama per una storica visita ma, tornati in patria, i due giovani leader tibetani scoprirono come le milizie comuniste avessero già iniziato ad attuare una sistematica persecuzione del clero buddista. Le parole diplomatiche si scontravano con l’inizio della distruzione organizzata del culto tibetano e dei monasteri, nell’indifferenza europea e americana, coinvolta dagli scontri in Corea. In Tibet presero piede repressioni e arresti di massa, sessioni di reiducazione e internamento nei campi, oppressioni in genere che maturarono le condizioni per i primi tentativi di insurrezione armata nel 1955, a cui parteciparono persino i monaci buddisti. Nel 1956 i cinesi scatenarono un’offensiva sanguinosa, con 150mila soldati sul campo e bombardamenti a tappeto contro la guerriglia tibetana. Durante il 1957 e il 1958, alle incursioni dei ribelli, la Cina rispose colpendo la popolazione, bombardando villaggi, uccidendo monaci, distruggendo monasteri e passando per le armi i sospettati di collaborazionismo. In quegli anni Mao e la sua macchina bellica furono responsabili di un tremendo genocidio.
  
Il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano, ormai diffuso su tutto il territorio, tentò di avviare una grande sollevazione nazionale. Il fulcro della rivolta divenne Lhasa, la capitale. La notte tra il 17 e il 18 marzo il Dalai Lama, i suoi famigliari e alcuni ministri, uscirono segretamente da Lhasa per rifugiarsi nelle zone meridionali del Tibet, dietro la concreta minaccia di un suo imminente “prelevamento” da parte dell’esercito comunista. All’alba del 20 marzo 1959 cominciò la “battaglia di Lhasa”. I cinesi bombardarono e attaccarono la città, colpirono il palazzo del Potala, il Jokhang, le abitazioni civili. I soldati si scatenarono stroncando la vita di decine di migliaia di persone. Il governo tibetano venne sciolto e le poche autonomie ancora riconosciute abolite. Il Dalai Lama, a malapena fuggito dalla battaglia, riuscì a varcare i confini per rifugiarsi in India dove ricevette asilo politico, nonostante le richieste di estradizione della Cina. Da allora ebbe inizio la diaspora tibetana, con i suoi profughi sparsi in tutto il mondo.
  
La completa annessione
  
Il XXIV Dalai Lama, con altri funzionari del governo, trovò rifugio a Dharamsala, nell’Himachal Pradesh, nell’India nord-occidentale, dove nel 1959 venne costituito il Governo Tibetano in esilio ancora oggi insediato. Il 1° settembre 1965 nacque invece ufficialmente la “TAR” (Tibet Autonomous Region): con tale ordinamento il Paese, in pratica, venne annesso completamente alla Cina. Durante la “Grande Rivoluzione Culturale”, tra il 1966-68, i comunisti cinesi e le “guardie rosse” organizzarono una campagna sistematica di distruzione dei monasteri e di tutti i simboli della cultura tibetana. Il bilancio dello sterminio di vite umane in nome degli ideali rivoluzionari comunisti risulta essere aberrante: si stima che oltre un milione di tibetani siano stati uccisi da tale ideologia. Pur non trovando mai conferma nei rapporti ufficiali e non potendo mai essere stato verificato con esattezza il numero delle perdite, i margini di discussione della cifra non lasciano dubbi sul genocidio perpetrato. La quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui alcuni antichissimi, è stata allora distrutta, decine di migliaia di tibetani sono stati reclusi nei campi di lavoro, azioni di deforestazione indiscriminata hanno mutato l’aspetto di ampie zone di territorio, la connotazione demografica è stata radicalmente stravolta con le ondate immigratorie di cittadini cinesi. Dopo la morte di Mao, il nuovo leader cinese Deng Xiaoping inviò in Tibet una commissione per avviare un tentativo di miglioramento delle condizioni di vita dei tibetani, riducendo le tasse, consentendo qualche forma di iniziativa privata, amettendo la riapertura di alcuni palazzi storici come il Potala e il Jakong. Negli anni ‘80 vennero leggermente diminuiti alcuni divieti sull'osservanza della religione e aperti alcuni monasteri. Ma le iniziative per aprire un colloquio fattivo tra la Cina e il Dalai Lama non trovarono mai reale riscontro. Mentre ogni forma di manifestazione di protesta o opposizione da parte della società civile, venne trattata con le solite modalità repressive.
  
La situazione odierna
  
Il conferimento del premio Nobel per la Pace nel 1989 al Dalai Lama è stato uno smacco diplomatico per il Governo di Pechino, da sempre riluttante nel riconoscerlo come interlocutore politico. Sua Santità ha ormai rinunciato da tempo di rivendicare l'indipendenza del Tibet, per scagliere di pronunciarsi a favore di una reale capacità di auto-determinazione della Regione Autonoma, in grado di garantire la tutela della sua straordinaria tradizione, prima che sia troppo tardi, e assicurare il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali. Il Governo tibetano in esilio ha da sempre denunciato la volontà cinese di cancellare definitivamente la propria cultura, con una repressione che dura da quasi sessant’anni e un’incessante azione interna di contro-propaganda. Ormai nelle scuole il tibetano può essere insegnato agli alunni solo fino ad una certa età, avendo da tempo il cinese assunto il ruolo di lingua ufficiale imposta nel territorio. Tutt’oggi nelle carceri sono detenuti cittadini, monaci e monache per reati politici legati alle richieste di indipendenza o di libera professione di fede. La Regione Autonoma Tibetana, pur estendendosi su una superficie immensa, anche se pari a solo alla metà di quella del Tibet storico, conta oggi circa 6 milioni di abitanti di etnia tibetana, pari ad appena lo 0,5 per cento della popolazione totale della Cina, contro gli ormai oltre 7 milioni di cinesi “trapiantati” in questi decenni con le campagne di immigrazione.
  
La Marcia per il Tibet
  
Il 10 marzo 2008, in occasione del 49° anniversario dello scoppio della tragica insurrezione di Lhasa del 1959, partiva da Dharamsala la “Marcia per il Tibet”, una lunga manifestazione pacifica di organizzazioni non governative della durata prevista di quasi sei mesi, per arrivare a tentare di varcare il confine con il Tibet in concomitanza con l'apertura dei Giochi Olimpici. Sin dall’inizio i problemi sono apparsi subito evidenti di fronte all’atteggamento di interdizione mostrato dal governo indiano. Mentre il 13 e 14 maggio, proprio a Lhasa, si assisteva al dilagare di manifestazioni diffuse contro le autorità cinesi, in nome delo stesso anniversario. Ancora una volta, la reazione militare seguiva lo schema di una drastica repressione di ogni forma di protesta, portando così il già alto livello di tensione a degenerare in scontro diretto. L’intervento dell’esercito, i morti e i feriti tra civili e monaci, gli arresti e le condanne seguite a processi rapidissimi, la chiusura del Tibet alla stampa straniera, l’oscuramento dei siti internet, la contro-informazione propagandistica sulla stampa interna, le minacce di ritorsioni economiche agli stati occidentali vicini al popolo tibetano e al Dalai Lama, le voci di boicottaggio delle Olimpiadi e gli intrecci strategici della diplomazia cinese, sono ormai divenuti cronaca dei nostri giorni. (Per un aggiornamento costante sulla situazione della “marcia”: www.italiatibet.org )
  
  
Arriva l’Olimpiade
  
I Giochi della XXIX Olimpiade, o le “Olimpiadi di Pechino”, iniziano l’8 agosto, con l'imponente cerimonia di apertura nella capitale. Le 28 discipline previste, dall’atletica al tennis, dalla lotta al taekwondo, dal calcio al baseball, verranno seguite da milioni di spettatori. Anche se le dichiarazioni ufficiali dello sport cinese sostengono di puntare al terzo posto nel medagliere, dietro USA e Russia, tale modestia sembra nascondere le grandi aspettative nutrite dal pubblico di casa verso i propri, sostenute anche dell’immenso sforzo economico profuso per l’organizzazione. Nelle precedenti Olimpiadi di Atene la Cina ha ottenuto un grande risultato con 32 ori, solo 3 in meno degli USA, pur restando gli americani inavvicinabili nel computo totale delle medaglie: 103 in totale, con la Russia seconda a 92. Saranno queste tre nazioni a contendersi la testa del medagliere olimpico, pur essendoci altri Paesi di grande tradizione sportiva in grado di far valere il proprio peso: Italia, Germania, Francia e Giappone, per citarne alcuni.
  
Boicottaggio?
  
Il boicottaggio delle Olimpiadi non è stato mai un tema reale sul tavolo delle diplomazie. L’unico a sollevarlo lo scorso marzo fu il Presidente francese Nicolas Sarkozy, costretto a ritrattare quando i rapporti bilaterali con la Cina subirono una pericolosa incrinatura, con le minacce di veto ai prodotti francesi distribuiti nel paese. La Francia e la Germania godono di un rapporto privilegiato in termini economici con la Cina, mentre i rapporti con gli USA sono controversi, pur se strettissimi. E’ ben noto che milioni di dollari in Buoni del Tesoro americani sono detenuti dal Tesoro cinese, così da renderlo il principale creditore e sostenitore dello stesso valore del dollaro. L’inflazione americana, come quella occidentale, sono pesantemente influenzate dai processi di delocalizzazione della produzione in Cina che, grazie all’abbattimento dei costi di produzione, permette ai consumi occidentali di restare sostenuti nonostante un’economia non in espansione. L’Italia, sotto campagna elettorale nel periodo caldo della crisi tibetana, vide entrambi gli schieramenti rimettersi al giudizio dell’Europa. E questa, come spesso accade, non ha mostrato di godere di una visione politica omogenea sul problema, a parte le espressioni di biasimo rituali. Il Governo cinese, dopo un grande lavoro diplomatico, intrecciato a minacce di ritorsioni economiche verso i paesi occidentali, ha concesso alcuni primi colloqui agli emissari del Dalai Lama, pur continuando la stampa interna ad attribuire tutte le responsabilità a Sua Santità. La catastrofe del terremoto del Sichuan in maggio ha poi drammaticamente spostato le priorità delle agende diplomatiche cinesi e internazionali, oltre che dell’opinione pubblica.
  
Ordine interno
  
Le voci riguardo alle campagne di “pulizia e igiene pubblica” rivolte agli animali randagi, cani, gatti e persino mosche (ma sembra anche senzatetto o semplici edifici indegni di essere “esibiti”, quindi espropriati e abbattuti, nonostante gli abitanti), appaiono affievolirsi mano a mano che si avvicina il grande evento. Solo le associazioni di volontariato tengono alta l’attenzione al problema, monitorando la situazione e comunicando, prevalentemente sul web, le loro osservazioni (informazioni utili e aggiornate per gli animali, ad esempio, sul sito: www.oipaitalia.com ). La Cina, del resto, non sarebbe nuova a simili operazioni. Tra le periodiche campagne per la salute e l’igiene pubblica, come dimenticare, ad esempio, quella celebre di Mao contro le “4 piaghe": topi, passeri, mosche e zanzare? Era il 1957: alle parole del leader, milioni di cinesi obbedirono battendo pentole, legni, campanacci, giorno e notte, allo scopo di spaventare e impedire ai passeri di posarsi, considerati responsabili della grave carestia di allora, perchè colpevoli di nutrirsi del grano dei campi. Solo quando i passeri morirono a milioni, caduti a terra esausti, ci si accorse che gli insetti, non essendo più mangiati dagli uccelli, potevano divorare il grano indisturbati.
  
Le speranze
  
Oggi non occorre scomodare l’economia o tentare di capire i complessi giochi finanziari per fugare ogni dubbio sulla grandezza della Cina: basta sfogliare le pagine di un qualsiasi manuale di storia, arte, geografia, religione… La sua storia millenaria e la vastità delle dimensioni di ogni suo parametro (territorio, popolazione, risorse) sono tali da far sembrare del tutto insignificante un mese di sport in diretta televisiva o, addirittura, se ci si consente la provocazione, poco più di mezzo secolo di governo comunista. La relatività delle nostre esistenze individuali fa fatica ad adattarsi a simili considerazioni: difficile proporle ad una madre che non ha visto più rientrare a casa il proprio figlio, uscito a protestare in Piazza Tienanmen… Eppure, i complessi e insondabili intrecci dei percorsi evolutivi dell’umanità spesso ci regalano paradossi tali, da sembrare intollerabili agli occhi della nostra visione ordinaria. Come negare che, proprio a causa della follia comunista, il buddhismo tibetano si è diffuso suo malgrado tra a noi occidentali, dopo gli anni ’60? Che oggi ci è dato conoscere la grandezza del Dalai Lama, leggendo i suoi libri, seguendo le sue interviste o assistendo ai suoi insegnamenti durante i frequenti viaggi attorno al mondo? Per non parlare dell’opportunità di partecipare all’incontro con un Lama, magari proprio nella nostra città, a due passi da casa? Nessuno penserebbe di ringraziare il Governo cinese per questi doni, nè tantomeno i suoi funzionari potrebbero vantarsi di aver agito volutamente in questa direzione… Forse, bisognerebbe fermarsi un pò più spesso a riflettere sull’assoluta relatività delle vicende umane, soprattutto da parte di chi detiene una qualche forma di potere sui propri simili. Forse aiuterebbe a limitare le pretese di disporre degli uomini, del tempo, della storia. Forse, chissà. Intanto l’Olimpiade si avvicina e nessuno rischia di restare fuori dai giochi…
  
Alcuni siti web utili per aggiornamenti:
  
www.italiatibet.it
www.tibet.org
www.tibet.net
www.tibet.com
www.dalailama.com
www.asianews.it
www.rsf.org
www.amnesty.it
  



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