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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 8 Primavera 2005)
LE ARMONIE PROFONDE DEL CORPO
"C’è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza”
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
Lo sguardo della medicina occidentale contemporanea non sa più incontrare quello del malato ma solo la sua malattia, scrive il filosofo Umberto Galimberti. Non sa più leggere oltre i sintomi ma solo individuare le patologie. L’individualità ed il valore del paziente scompare dietro la presunta oggettività del quadro clinico e nell’algida grammatica delle cure possibili con cui il medico analizza e classifica la sofferenza. E’ tempo oramai di iper-specialismi ed ogni specialista è, di fatto, miope ai corpi che cura, ai bisogni più profondi ed ai richiami che ogni malattia, del corpo o della mente, sempre sottende. Semplice assemblato di organi e, perdute la sue antiche valenze simboliche, il corpo malato finisce nello spazio tecnico dell’ospedale e nel progetto della guarigione “indispensabile”. Nelle società primitive anche la malattia era ricca di senso, nell’Occidente dell’oggi è sottratta al gruppo, separata dalla corporeità e rimossa dalla ritualità sociale, dimenticando che la morte è un aspetto della vita stessa. Non viene più in mente che uomini e animali non muoiono per il semplice fatto di essere ammalati ma si ammalano perché devono morire. Sembra un paradosso e invece il salto va fatto all’indietro, nel recinto sacro di un mondo più antico e saggio del nostro, in cui, solo se accettata come parte integrante della vita, la malattia può essere ancora intesa non come pericolo e minaccia ma come traccia di crescita e guarigione.
(disegno e copertina di Cristina Bernazzani)
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