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EDITORIALE 5 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.5 Estate 2004)

 

EGOLOGIE

“Per quanto tu cammini e percorra ogni strada non potrai raggiungere i confini dell’anima, tanto profondo è il suo logos” Eraclito (D.K.fr.45)

La nozione dell’Io nasce nel cuore dell’Occidente ed al suo interno è progressivamente demolita. Già Platone ha sottolineato come più si resta invischiati nelle dinamiche del corpo e dell’anima, individuali, mutevoli e molteplici, più ci si allontana dalla Verità, unica ed assoluta. Nella storia del pensiero moderno e contemporaneo le parabole della soggettività si sono nel tempo duplicate, moltiplicate ed infrante fino a scoprire la loro plasticità e “debolezza”. Quotidianamente l’esistenza ci spinge al rischio degli incontri con l’Altro e ci consegna ai continui duelli in cui ognuno si scopre, allo stesso tempo, passeggero ed ospite dell’egoità altrui, abbarbicato funambolo di quegli equivoci linguistici che ci obbligano a difenderci o ci spingono all’esibizione narcisistica delle grammatiche dell’io. Friedrich Nieztsche, non a caso, è stato tra i primi ad avvertire quanto molti dei nostri pensieri, pulsioni e paure non dipendano affatto da quella “servetta che è la grammatica” e come sarebbe difficile per l’Occidente far comprendere le proprie costruzioni sulla soggettività ai popoli caucasici che non ospitano nella loro grammatica la parola “io”. Prima ancora che l’Occidente e l’Oriente fossero destinati a contrapporsi come “tramonto” ed “alba” delle civiltà invece, l’evocazione ai simboli dell’ego trovavano, al di là delle differenze, risposte comuni. Ma quanti degli avventurieri di oggi, fanatici dell’una o dell’altra cultura, sono capaci di sacrificarlo autenticamente nei sipari di tutti i giorni? Eppure, senza questa abolizione, scrive il filosofo Umberto Galimberti, la nostra vita non conoscerebbe trasformazioni e novità. Solo attraversando le crisi e le demolizioni delle nostre realtà psichiche più profonde può esserci un autentico e nuovo posto per le dimore dell’io. Solo oltre la vertigine della sua perdita ed il dono di sè stessi negli incontri e nelle relazioni grandi e piccole che l’esistenza ci offre possiamo trovare un nuovo senso ed una radicale e più gioiosa libertà.





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