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EDITORIALE 33 PDF Stampa E-mail

IL RESPIRO DELL’UNIVERSO

 

Nel pensiero dell’Occidente il non essere coincide con il nulla. Per Parmenide l’essere “è”, il non essere “non è”, da una parte l’origine di ogni principio, l’Uno, dall’altra la sua negazione,  il Vuoto Assoluto. Nella lingua e nella cultura cinese invece il wu non significa  Grande Vuoto ma “non essere nel qui ed ora”, continuamente mutevole e nel Tao l’idea del “vuoto” non è una negazione ontologica della realtà, delle cause e dei principi primi ma un non esser-ci determinato e circoscritto, qualcosa che in un dato spazio, tempo e circostanza, manca. Non  è azzardato sottolineare  sorprendenti  punti di contatto tra la nostra tradizione e quella dell’estremo Oriente, tanto nella filosofia quanto nella scienza. Nel passo più celebre del Tao (Cap. XI) riferito al Vuoto, l’Essere è generato dal Non- essere, essi si compenetrano l’un l’altro. Di qui la natura dialettica del vuoto, la diminuzione e l’accrescimento, le tenebre e il chiarore, l’ombra e la luce, la vita e la morte hanno la stessa origine. Non si tratta tuttavia di una posizione nichilista, al contrario, è semmai  quella che nella nostra filosofia si definisce interpretazione agnostica: il non-essere diviene una funzione costitutiva dell’essere e questa dialettica attiene all’ambito empirico, non alla conoscenza suprema.

 

Con un pensiero che si avvicina alle riflessioni kantiane della Dialettica della ragion pura, nel testo taoista dello  Zhuangzi si dichiara semmai l’impossibilità per gli uomini di sapere se l’origine del mondo sia nell’Essere o nel Non-essere e che questa possibilità è pertinenza del Santo: “Di tutto ciò che è al di là dell’Universo, il Santo ammette l’esistenza, ma non ne tratta. Tutto ciò che è all’interno dell’universo, il Santo ne tratta ma non lo commenta”, si legge nel cap. II. Così come per il greco Democrito “il vuoto esiste al pari del corpo” così il tema del vuoto  nel taoismo classico non riguarda solo lo spazio ma anche il tempo: se il vuoto dello spazio non è assenza assoluta, il vuoto temporale,  si potrebbe definire “tempo assente”, il “già stato” e il “non-ancora”, esso si determina solo in relazione al presente, come condizione necessaria di ogni passaggio dal pieno al vuoto spaziale, come espressione vitale di ogni singola impermanenza : “Il senza forma va verso la forma, poi la forma va verso il senza forma”(id. cap.XXI).

 

Queste riflessioni si estendono in modo  significativo ed interessante anche in ambito etico-politico, anche qui con alcuni punti di contatto con  la nostra linea di pensiero, se si pensa alle teorie dell’etico-politico di Machiavelli per esempio, lì dove il perfetto sovrano è colui che con scaltrezza sa giostrare tra astuzia e fortuna degli eventi, sa assecondare e trarre vantaggio da quelli a lui favorevoli. Nel taoismo la questione essenziale è  quella del wu-wei, della non-azione  che, ancòra una volta, non vuol dire mancanza d’azione ma l’agire del fluire e della spontaneità. Il wu wei dunque è una forma di inattività attiva, produce conseguenze ed effetti in armonia coi mutamenti della società, della natura e dell’universo e l’uomo saggio pratica il wu wei facendo vuoto dentro di sé. Sul piano etico, l’uomo è tanto più eccellente quanto lascia agire esseri e cose, praticando la virtù del vuoto e conformandosi all’agire del mondo, senza fini né scopi, senza mettere in pratica alcun Dovere, oltre i pregiudizi e le discriminazioni. In questo si realizza il paradosso della Forza della debolezza, dell’assenza della sua intenzionalità. – “Solo colui che fa uso delle cose senza venirne posseduto può dominare le cose” (id. cap. XIX). Cogliere il vuoto nel taoismo coincide dunque con la pratica del vuoto, con l’esercizio e la disciplina che sono tutt’uno con l’espressione del  pensiero. Contrariamente a quanto accaduto nella nostra civiltà il corpo viene qui chiamato assieme alla mente a vivere le trasformazioni e il divenire. Il corpo non è un semplice involucro materiale ma parte integrante dei nostri processi, il corpo e la mente sono assieme partecipi del fluire del corpo e della mente dell’universo. Un uomo che non respira non può pensare, recita un celebre detto del Tao, ed è solo sulla base di questo presupposto possiamo adoperarci per il bene nostro e degli altri. Si può agire su quanto e chi ci è attorno solo a partire da sé stessi, dal proprio equilibrio, senza tensioni e affanni. Non a caso per i taoisti ogni nostro organo respira, secondo un processo continuo di riempimento e svuotamento..

 

La respirazione non è allora un semplice meccanismo, ma l’espressione della relazione tra pieno e vuoto, dei soffi interni (nei qi) con i soffi esterni (wai qi). In questo senso respirare coi talloni è l’esperienza essenziale per praticare il vuoto, per custodire in sé stessi l’Universo, per corrisponderne la spiritualità. Solo nella concentrazione della mente sulla propria respirazione si può realizzare la calma ed accogliere il respiro del mondo. E’, per esempio, quanto si realizza nella meditazione camminata del taijiquan – che in Occidente viene erroneamente ritenuta un’arte marziale – e che è invece una disciplina etica, del vincere senza contendere, senza ricorrere alla semplicistica tecnica dell’attacco e della difesa come i nostri tempi ci inducono a vivere. E’ quanto si realizza  nella meditazione del buddismo Zen, dello stare seduti sullo zafu, in posizione retta e naturale, facendo scorrere i pensieri e realizzare la via, con la mente nel corpo.

 

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