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EDITORIALE 29 | EDITORIALE 29 |
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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.29 - Estate 2010)
TOLLERARE LA DISTANZA
Un sentimento nuovo che ripropone il nostro essere bambini, risolvendo apparentemente quando la mamma s’assentava e ci sentivamo smarriti, incapaci di raggiungerla. Il cellulare sembra sopperire quest’angoscia ancestrale, come una panacea che guarisce quelle sindromi infantili spesso irrisolte e che identifica l’essenza di ognuno con la relazione ininterrotta e spesso futile con l’altro/a…Scrivere mail ed sms, ciattare, telefonare, esibire foto e filmati banali che scandiscono la nostra vita su facebook, annaspare contatti non perché si abbia qualcosa di significativo da dire ma per ricucire un bisogno di sicurezza antico ed incrinato, che non sa vivere ed abitare alcuna distanza. Dipendenza e onnipotenza sono le due dimensioni infantili che le nuove tecnologie non risolvono, al contrario, amplificano e riacutizzano rispetto ai primi nostri apprendistati esistenziali. Di qui l’illusione di controllare la realtà tramite una tastiera ed un auricolare, di qui una continua tensione emotiva che innesca incontenibili bisogni di braccare le azioni e i pensieri di chi ci è più caro negli spostamenti, i luoghi, le persone frequentate. In nome di questa nuova idea d’amore ci trasformiamo inconsapevolmente in investigatori privati permanenti, in grado anche di captare quei rumori e voci di sottofondo che ci forniscono indizi utili per placare la nostra ansia, o insospettirci ulteriormente su chi attornia la nostra vita. Quest’illusione di controllo inoltre si proietta anche sull’angoscia di poter governare gli eventi imprevedibili, di tacitare la paura, di non essere in balia degli eventi, come di fatto è, e continua ad essere. Così il cellulare, ed oramai anche i portatili, divengono protesi permanenti della nostra vita di ogni giorno: per tacitare le nostre paure, per sopperire le nostre mancanze di uomini, per illuderci che qualcosa di radicale la tecnologia abbia portato nella nostra esistenza di sempre. Ma non solo dipendenza e onnipotenza, anche esibizionismo e terrore dell’anonimato sembrano scandire i nostri tempi, come osserva in un bel libro lo psicologo Luciano Di Gregorio ( Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino, Franco Angeli, Milano 2003), poichè le nuove tecnologie sembrano infantilizzare le nostre abitudini ed atteggiamenti: per strada, a teatro, al cinema, in tutti i luoghi frequentati parliamo ad alta voce, e senza alcuna remora, delle nostre vicende e sentimenti più intimi, con sconcertante ed acquisita disinvoltura. Ma allora cosa resta del silenzio, che è l’unica dimensione che ci riconnette a noi stessi e ci consente di continuare a conoscerci? Che ne è di quel soliloquio dell’anima che non sopporta i rumori del mondo e rappresenta ancora l’unico orizzonte di libertà che ci è dato di vivere oltre ogni patetica sorveglianza? Mari Valentini Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
(disegno di Cristina Bernazzani)
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E’ difficile pensarci oggi in situazioni di reale ed assoluto silenzio interiore, in un luogo abitato dalla solitudine dell’animo, al riparo dai continui ed assordanti brusii del mondo attorno. I nuovi mezzi di comunicazione necrotizzano i nostri ritmi vitali più profondi ed essenziali, velocizzano ogni tempo della nostra quotidianità, li inducono a continui e nevrotici contatti con l’esterno, li esibiscono ad una dimensione ossessiva di scambio d’informazioni che non conosce pause e raccoglimento. L’uso della rete e dei cellulari sono intolleranti di ogni forma di distanza, ci costringono ad una nuova vita che non sopporta le lontananze e la mancanza di parole dette e spesso persino urlate. 












