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EDITORIALE 28 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.28 - Primavera 2010)

 

GIOIA D’ESSERE, GIOIA DI VIVERE

   

Gli orientali sono sempre stati attenti più all’essere che all’agire, assecondando grande rispetto per gli uomini che abbiano scoperto il proprio io, e seguendo l’esempio del Buddha, sappiano dischiudere la propria consapevolezza di stare nel mondo. Sembra che in Occidente le cose vadano, da più d’un secolo, con più difficoltà: che l’anima stia male. Eppure pare ci sia attenzione al “ben-essere” degli individui, alle cure che si prestano tanto al corpo che alla mente, in una visione d’insieme di chi soffre che è una conquista molto recente ed ancora caso raro tra quei medici che sanno guardare negli occhi i loro malati e non solo le loro malattie. Schiere di psichiatri, psicologi, terapisti, omeopati, operatori sociali si danno un gran da fare per intervenire su tutti quei conflitti ed ombre atroci d’infelicità che determinano il dolore della mente e che la psichiatria rubrica come “depressione” o la letteratura come “slpeen”, mal di vivere. C’è tuttavia un dato allarmante dell’Organizzazione mondiale della Sanità che fa riflettere: un miliardo di persone – un sesto dell’umanità – soffre di disturbi psichici. Il che vuol dire che non solo nel nostro paese, ma allargando l’orizzonte d’indagine nei paesi più industrializzati, e dunque anche in Giappone e Cina, gli uomini sono sempre più sofferenti e meno “soggetti” delle loro esistenze, chiusi in un deserto d’affetti, di comunicazione e di spiritualità che spesso sfocia nel baratro di un disagio profondo ed inconsolabile, se non nella perdita di ogni trama di senso possibile, e nel suicidio. Non solo: si sta verificando un significativo cambiamento nelle dinamiche di questa nuova forma di sofferenza sociale, che Freud aveva diagnosticato oltre un secolo fa come disagio della nostra civiltà , dove il conflitto tra il desiderio degli individui e la norma sociale non trova più senso d’essere, perché non vi è più norma e tutto pare possibile, quanto si configura rispetto a quella che Umberto Galimberti definisce come “la fatica di essere se stessi”. Per effetto di questo slittamento, tre l’io e il mondo, le nuove nevrosi si vanno identificando con un senso frustrante di fallimento e di inadeguatezza, di ansia e di inibizione, che i modelli sociali dominanti perpetrati dai media rendono ancora più dolorosi e insanabili rispetto ai ritmi delle nostre possibilità quotidiane. Nel mondo giovanile, per esempio, questa divaricazione assume dimensioni enormi, né l’abuso di droghe stordisce a sufficienza le promesse di un’onnipotenza impossibile e le esigenze efficientistiche che bombardano la società del disimpegno di massa, vietano di fare semplicemente un po’ di silenzio ed ascoltare quello che si “è” o che si vuole “essere” nella vita. Nel 1888 il filosofo Friedrich Nietzsche si trova a Torino e osserva un vetturino che frustra il suo cavallo. Non può fare a meno di abbracciare quel povero animale e piangere disperatamente, cogliendo tutto il dolore del mondo. E’ per lui l’inizio del baratro della follia che lo accompagnerà alla morte dopo una lunga e straziante agonia, della sua mente come del suo corpo inebetito da tanta comprensione delle cose. Già un anno prima di questo episodio, egli aveva preannunciato profeticamente ne “La genealogia della morale” l’avvento dell’individuo sovrano, uguale soltanto a se stesso, ed oggi dopo oltre cent’anni, se il tempo ed alcune dinamiche sociali ci hanno in parte affrancato dal dramma del senso di colpa e dallo spirito d’obbedienza, siamo ripiombati nel parossismo delle prestazioni, senza essere più in grado di essere noi stessi. E nonostante ogni proposito spirituale e filosofico, questo accade anche in Estremo Oriente, patria sacra di una spiritualalità verticale che loda ogni essere in sintonia con la natura che l’ha generato, in una trama di sfere di un’influenza suprema tra l’io e le cose dell’universo. Lo spirito Zen assume il significato di un’incomparabile bellezza, un’inafferabile incompletezza,dove ogni cosa ha mille significati, dove alcuno è perfettamente definibile… Come un petalo che cade, come la vita beata che scorre, come il fiorire di ogni creatura… ogni vita è mentre ha percezione d’essere.

  

Mari Valentini

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("calle", di Alpina Della Martina)

 

 

 

 




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