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EDITORIALE 23
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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 23 - Inverno 2008)
L’ENIGMA DEL TEMPO “Fiori di ciliegio nella sera
anche l’oggi
appartiene al passato”
(Eihei Dogen Zenji)
Ogni tempo permane oltre sé stesso. Eppure, sul finire dell’anno che incalza, spesso ci si affretta a scorrerne i momenti passati e ad immaginarne di nuovi per il prossimo che sopraggiunge impaziente. Nella poesia “Fine d’anno”, lo scrittore argentino Louis Borges, descrive gli ultimi attimi della mezzanotte, tra l’anno vecchio e il nuovo, e accenna alla minuzia simbolica di sostituire un tre con un due (…) alla metafora inutile di attendere i dodici irreparabili rintocchi. Il poeta Giacomo Leopardi prima di lui, aveva ribaltato questa prospettiva, e nel “Dialogo di un venditore d’almanacchi e un passeggere” ci invitava a superare la grigia attesa del tempo che verrà, immaginando un anno più felice e gaio, perché la vita bella non è la vita che si conosce ma quella che ancora non sappiamo d’essere, aperta alla speranza ed all’illusione. La felicità sta in una gioia ignota, nell’attesa che continuamente risorge, oltre la consapevolezza del vero: la vita è nel mondo e sogna una felicità che la mente riconosce impossibile. Non così nella cultura giapponese, dove pure corre una vena d’inquietudine data dal desiderio di fuggire il tempo circolare. Il pensiero buddista, per esempio, mette in luce questa angoscia perché la morte non è la fine di tutto e nemmeno l’inizio di una vita ultraterrena. L’eternità è un attimo di sé stessa e l’esistenza degli esseri nel mondo è frutto delle eterne rinascite che si compiono nella legge inesorabile delle sue vite innumerevoli. La vita terrena sta nell’impermanenza del samsara , esistenza che pure contiene in sé tutti i valori della verità ultima: perché, come insegnano i maestri del pensiero Zen, ogni forma dell’universo, proprio nella sua transitorietà, è illuminata. “L’impermanenza è nella natura del Buddha” - scrive il maestro Dogen - “e la permanenza è la trasformazione non ancora avvenuta dell’erba, delle piante e di tutte le creature “. Questo senso del tempo è impermanente, perché la natura stessa del Buddha, va oltre la scansione del tempo circolare e porta alla sua liberazione, accelerandone il ritmo. Il presente “è” nel momento stesso in cui se ne parla, si sposta nel futuro, e proietta la sua immagine, come in un passato simbolico ed evanescente: la speranza dell’avverarsi di un fatto coincide con il suo rimpianto. Non a caso l’arte giapponese è un continuo gioco di fughe prospettiche, come nei giardini zen, dove il presente è ossessivamente proposto e negato perché l’intensità con cui è vissuto “l’ima” (l’adesso), concentra nell’istante presente tutte le proiezioni temporali e le dissolve; così come la sofferenza del tempo, anche la liberazione dal suo fardello sta nella vita stessa, nel suo “qui ed ora”, nell’attimo che fugge. L’insegnamento di Dogen ci invita a capire che la buddhità è il tempo e che colui che vuole realizzare l’illuminazione deve accettarlo così come si manifesta nella sua quotidianità. Anche la natura ultima del Dharma consiste proprio nei fenomeni che si realizzano nell’istante che si vive, nella dimensione di un presente che è fragile e intenso al contempo. E poiché nel tempo siamo immersi, anche la buddhità non va cercata in un futuro indefinito ma si realizza lì dove, e quando, siamo. La buddhità è dunque l’intuizione che la realtà ultima sta nella vacuità e non può essere disgiunta dalle forme relative del mondo, ossia dalla manifestazione assoluta del suo stesso divenire. La buddhità, dunque, non è nascosta, sono i nostri occhi, piuttosto, a non riuscire a vederla nella sua estrema chiarezza e placida evidenza. Per queste ragioni, lo Zen rivaluta la vita e il corpo, perché nell’illusorietà dei sensi si riconosce uno strumento di salvezza che insegna quanto l’illuminazione sia possibile in questa nostra stessa esistenza, perché, pur nella caducità del nostro apparire, siamo già Buddha. Uomini, natura e divinità sono strettamente uniti nel vincolo di una fratellanza profonda anche nella fede scintoista. Da questa convinzione deriva il senso di un’intensa adesione sprituale dell’uomo alla natura come espressione dell’assoluto, come accettazione ampia del nostro umano cammino nel mondo. Per questo ogni aspetto della vita è sacro, e si manifesta a colui che sa vederlo nella sua natura di assoluta immanenza e, anche per questo, prassi religiosa e ricerca della salvezza nella quotidianità si fondono nei percorsi di tutti coloro che intendano realizzare benefìci concreti e terreni come la buona salute, il benessere economico, il successo nel lavoro e la serenità nelle relazioni sociali: nel corpo come nello spirito. Il tempo non esiste. E’ solo spazio.
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Ogni tempo permane oltre sé stesso. Eppure, sul finire dell’anno che incalza, spesso ci si affretta a scorrerne i momenti passati e ad immaginarne di nuovi per il prossimo che sopraggiunge impaziente. Nella poesia “Fine d’anno”, lo scrittore argentino Louis Borges, descrive gli ultimi attimi della mezzanotte, tra l’anno vecchio e il nuovo, e accenna alla minuzia simbolica di sostituire un tre con un due (…) alla metafora inutile di attendere i dodici irreparabili rintocchi. Il poeta Giacomo Leopardi prima di lui, aveva ribaltato questa prospettiva, e nel “Dialogo di un venditore d’almanacchi e un passeggere” ci invitava a superare la grigia attesa del tempo che verrà, immaginando un anno più felice e gaio, perché la vita bella non è la vita che si conosce ma quella che ancora non sappiamo d’essere, aperta alla speranza ed all’illusione. La felicità sta in una gioia ignota, nell’attesa che continuamente risorge, oltre la consapevolezza del vero: la vita è nel mondo e sogna una felicità che la mente riconosce impossibile. Non così nella cultura giapponese, dove pure corre una vena d’inquietudine data dal desiderio di fuggire il tempo circolare. Il pensiero buddista, per esempio, mette in luce questa angoscia perché la morte non è la fine di tutto e nemmeno l’inizio di una vita ultraterrena. L’eternità è un attimo di sé stessa e l’esistenza degli esseri nel mondo è frutto delle eterne rinascite che si compiono nella legge inesorabile delle sue vite innumerevoli. La vita terrena sta nell’impermanenza del samsara , esistenza che pure contiene in sé tutti i valori della verità ultima: perché, come insegnano i maestri del pensiero Zen, ogni forma dell’universo, proprio nella sua transitorietà, è illuminata. “L’impermanenza è nella natura del Buddha” - scrive il maestro Dogen - “e la permanenza è la trasformazione non ancora avvenuta dell’erba, delle piante e di tutte le creature “. Questo senso del tempo è impermanente, perché la natura stessa del Buddha, va oltre la scansione del tempo circolare e porta alla sua liberazione, accelerandone il ritmo. Il presente “è” nel momento stesso in cui se ne parla, si sposta nel futuro, e proietta la sua immagine, come in un passato simbolico ed evanescente: la speranza dell’avverarsi di un fatto coincide con il suo rimpianto. Non a caso l’arte giapponese è un continuo gioco di fughe prospettiche, come nei giardini zen, dove il presente è ossessivamente proposto e negato perché l’intensità con cui è vissuto “l’ima” (l’adesso), concentra nell’istante presente tutte le proiezioni temporali e le dissolve; così come la sofferenza del tempo, anche la liberazione dal suo fardello sta nella vita stessa, nel suo “qui ed ora”, nell’attimo che fugge. L’insegnamento di Dogen ci invita a capire che la buddhità è il tempo e che colui che vuole realizzare l’illuminazione deve accettarlo così come si manifesta nella sua quotidianità. Anche la natura ultima del Dharma consiste proprio nei fenomeni che si realizzano nell’istante che si vive, nella dimensione di un presente che è fragile e intenso al contempo. E poiché nel tempo siamo immersi, anche la buddhità non va cercata in un futuro indefinito ma si realizza lì dove, e quando, siamo. La buddhità è dunque l’intuizione che la realtà ultima sta nella vacuità e non può essere disgiunta dalle forme relative del mondo, ossia dalla manifestazione assoluta del suo stesso divenire. La buddhità, dunque, non è nascosta, sono i nostri occhi, piuttosto, a non riuscire a vederla nella sua estrema chiarezza e placida evidenza. Per queste ragioni, lo Zen rivaluta la vita e il corpo, perché nell’illusorietà dei sensi si riconosce uno strumento di salvezza che insegna quanto l’illuminazione sia possibile in questa nostra stessa esistenza, perché, pur nella caducità del nostro apparire, siamo già Buddha. Uomini, natura e divinità sono strettamente uniti nel vincolo di una fratellanza profonda anche nella fede scintoista. Da questa convinzione deriva il senso di un’intensa adesione sprituale dell’uomo alla natura come espressione dell’assoluto, come accettazione ampia del nostro umano cammino nel mondo. Per questo ogni aspetto della vita è sacro, e si manifesta a colui che sa vederlo nella sua natura di assoluta immanenza e, anche per questo, prassi religiosa e ricerca della salvezza nella quotidianità si fondono nei percorsi di tutti coloro che intendano realizzare benefìci concreti e terreni come la buona salute, il benessere economico, il successo nel lavoro e la serenità nelle relazioni sociali: nel corpo come nello spirito. 













