HOME
RUBRICHE
Editoriali
EDITORIALE 22
RUBRICHE
Editoriali
EDITORIALE 22 | EDITORIALE 22 |
|
|
|
|
di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 22 - Autunno 2008)
IL GRANDE SIPARIO Che possano raggiungere la saggezza
che permette di distinguere il bene dal male.
Che possano dimorare nella gloria dell’amicizia e dell’amore.
S.S. XIV Dalai Lama
(preghiera dedicata al popolo cinese dopo gli scontri di marzo 2008)
L’abbagliante kermesse olimpica si è svolta e si è chiusa lo scorso agosto sotto i riflettori del mondo. Abbiamo assistito, in sequenza, alle esitazioni di qualche capo di stato sull’eventualità di boicottaggio dei giochi, alle volontà ed al desiderio di alcuni atleti di donare i loro simboli sportivi al Dalai Lama (tutti dopo lo svolgimento delle gare), ai risultati di grandi corpi con i cervelli e i cuori piccoli piccoli, che hanno ambito a un risultato o ad una medaglia, e basta: alla spettacolarizzazione dei loro muscoli in movimento. In fondo è giusto così – resta solo la perplessità di constatare che alcun atleta abbia manifestato il suo credo buddista e solidale nello spirito della cultura tibetana (ed è un dato che sulla stima delle grandi cifre risulta singolare). Così la questione del Tibet è ripiombata all’ombra delle cronache internazionali e resta in margine ai nessi tra sport, arte e significato della politica. Eppure, da quando si sono inaspriti gli scontri tra i due paesi nello scorso marzo, Tenzin Gyatso ha lanciato i moniti più alti di significato e di senso rispetto a questi temi, non ha mai smesso di implorare il legittimo rispetto per i diritti e la cultura religiosa del suo paese, sistematicamente ed ulteriormente violati dal potere cinese con l’approssimarsi e lo svolgimento dei giochi. Nel discorso di Dharamsala rivolto a tutti i tibetani lo scorso 6 aprile, ha ripetutamente sottolineato quanto le manifestazioni di protesta del popolo tibetano esprimano una sofferenza fisica e mentale a lungo repressa. Il mancato riconoscimento della libertà del culto buddista e la tendenza a distorcere la verità in ogni occasione da parte dei cinesi ( si è dichiarato che i tibetani considerino il Partito Comunista Cinese come il “Buddha vivente”) si è drammaticamente radicalizzata con l’uso della forza da parte dei cinesi: arresti di massa e uso sistematico della violenza nonostante le manifestazioni pacifiche numerose in tutto il mondo occidentale implorassero una soluzione non violenta dello scontro sono ancora nei nostri ricordi sui fatti. “Essere il paese che ospita i giochi olimpici - ha dichiarato il Venerabile ne “Il mio Tibet libero”, ed. Urra - è motivo di grande orgoglio per 1 miliardo e 200 milioni di cinesi” ed è stato giusto svolgere le Olimpiadi in un paese antico come la Cina, ma è altrettanto legittimo che al Tibet venga riconosciuta un’autentica autonomia. Nel suo appello alla Comunità Internazionale del 2 aprile 2008 il leader tibetano aveva chiesto un’immediata sospensione dei conflitti non solo nella cosiddetta Regione Autonoma del Tibet (TAR), ma anche nelle aree più esterne inglobate oggi nelle province di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan, dove risiedono comunità piuttosto estese di etnia tibetana ed aveva richiesto una commissione internazionale e indipendente che potesse far luce sui disordini per consentire ai media di testimoniare quanto andava accadendo. Poiché anche questa richiesta è rimasta inascoltata il Dalai Lama (lo scorso 28 marzo) si era rivolto allo stesso popolo cinese, con un richiamo toccante e di straordinaria sensibilità d’animo. Dicendosi vicino alle famiglie dei cinesi feriti e morti negli scontri, ha invocato preghiera per un impegno suo e di tutti ad una soluzione che assicurasse i bisogni di entrambe le parti, “cercando la verità dei fatti” ed un autentico ricorso alla ragione che possa ancor oggi restituire quanto accaduto alla sua propria veridicità. Se fin dall’antichità Tibetani e Cinesi sono stati, infatti, vicini di casa e negli oltre duemila anni di storia hanno vissuto periodi di relazioni anche amichevoli, non si può dimenticare che il buddismo è fiorito in Cina prima di arrivare in Tibet dall’India, ragione per cui va riconosciuta la dovuta discendenza spirituale che viene dai “fratelli e sorelle cinesi più anziani nel Dharma”. Eppure nulla - continua il capo spirituale - può giustificare che, dal 1956, molti tibetani siano costretti a vivere in una condizione di paura costante, continuamente sospettati dal governo di Beijing. (op. cit.). Che fare dunque? E come non smettere di sperare in una soluzione negoziata e pacifica che possa garantire quella che il ministro cinese Hu Jintao ama definire una “società armoniosa”? Non resta che rendere omaggio e solidarietà compassionevole in nome di chi si sente dedito alla causa della giustizia? Manterne vivo il senso di libertà e pienezza? Oppure cosa ancora? “L’Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte integrante fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. (I. Calvino, “Le città invisibili”).(
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
)
|
| < Prec. | Pros. > |
|---|










L’abbagliante kermesse olimpica si è svolta e si è chiusa lo scorso agosto sotto i riflettori del mondo. Abbiamo assistito, in sequenza, alle esitazioni di qualche capo di stato sull’eventualità di boicottaggio dei giochi, alle volontà ed al desiderio di alcuni atleti di donare i loro simboli sportivi al Dalai Lama (tutti dopo lo svolgimento delle gare), ai risultati di grandi corpi con i cervelli e i cuori piccoli piccoli, che hanno ambito a un risultato o ad una medaglia, e basta: alla spettacolarizzazione dei loro muscoli in movimento. In fondo è giusto così – resta solo la perplessità di constatare che alcun atleta abbia manifestato il suo credo buddista e solidale nello spirito della cultura tibetana (ed è un dato che sulla stima delle grandi cifre risulta singolare). Così la questione del Tibet è ripiombata all’ombra delle cronache internazionali e resta in margine ai nessi tra sport, arte e significato della politica. Eppure, da quando si sono inaspriti gli scontri tra i due paesi nello scorso marzo, Tenzin Gyatso ha lanciato i moniti più alti di significato e di senso rispetto a questi temi, non ha mai smesso di implorare il legittimo rispetto per i diritti e la cultura religiosa del suo paese, sistematicamente ed ulteriormente violati dal potere cinese con l’approssimarsi e lo svolgimento dei giochi. Nel discorso di Dharamsala rivolto a tutti i tibetani lo scorso 6 aprile, ha ripetutamente sottolineato quanto le manifestazioni di protesta del popolo tibetano esprimano una sofferenza fisica e mentale a lungo repressa. Il mancato riconoscimento della libertà del culto buddista e la tendenza a distorcere la verità in ogni occasione da parte dei cinesi ( si è dichiarato che i tibetani considerino il Partito Comunista Cinese come il “Buddha vivente”) si è drammaticamente radicalizzata con l’uso della forza da parte dei cinesi: arresti di massa e uso sistematico della violenza nonostante le manifestazioni pacifiche numerose in tutto il mondo occidentale implorassero una soluzione non violenta dello scontro sono ancora nei nostri ricordi sui fatti. “Essere il paese che ospita i giochi olimpici - ha dichiarato il Venerabile ne “Il mio Tibet libero”, ed. Urra - è motivo di grande orgoglio per 1 miliardo e 200 milioni di cinesi” ed è stato giusto svolgere le Olimpiadi in un paese antico come la Cina, ma è altrettanto legittimo che al Tibet venga riconosciuta un’autentica autonomia. Nel suo appello alla Comunità Internazionale del 2 aprile 2008 il leader tibetano aveva chiesto un’immediata sospensione dei conflitti non solo nella cosiddetta Regione Autonoma del Tibet (TAR), ma anche nelle aree più esterne inglobate oggi nelle province di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan, dove risiedono comunità piuttosto estese di etnia tibetana ed aveva richiesto una commissione internazionale e indipendente che potesse far luce sui disordini per consentire ai media di testimoniare quanto andava accadendo. Poiché anche questa richiesta è rimasta inascoltata il Dalai Lama (lo scorso 28 marzo) si era rivolto allo stesso popolo cinese, con un richiamo toccante e di straordinaria sensibilità d’animo. Dicendosi vicino alle famiglie dei cinesi feriti e morti negli scontri, ha invocato preghiera per un impegno suo e di tutti ad una soluzione che assicurasse i bisogni di entrambe le parti, “cercando la verità dei fatti” ed un autentico ricorso alla ragione che possa ancor oggi restituire quanto accaduto alla sua propria veridicità. Se fin dall’antichità Tibetani e Cinesi sono stati, infatti, vicini di casa e negli oltre duemila anni di storia hanno vissuto periodi di relazioni anche amichevoli, non si può dimenticare che il buddismo è fiorito in Cina prima di arrivare in Tibet dall’India, ragione per cui va riconosciuta la dovuta discendenza spirituale che viene dai “fratelli e sorelle cinesi più anziani nel Dharma”. Eppure nulla - continua il capo spirituale - può giustificare che, dal 1956, molti tibetani siano costretti a vivere in una condizione di paura costante, continuamente sospettati dal governo di Beijing. (op. cit.). Che fare dunque? E come non smettere di sperare in una soluzione negoziata e pacifica che possa garantire quella che il ministro cinese Hu Jintao ama definire una “società armoniosa”? Non resta che rendere omaggio e solidarietà compassionevole in nome di chi si sente dedito alla causa della giustizia? Manterne vivo il senso di libertà e pienezza? Oppure cosa ancora? “L’Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte integrante fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. (I. Calvino, “Le città invisibili”).













