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EDITORIALE 21 PDF Stampa E-mail
di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.21 - Estate 2008)
 

MONDI LONTANISSIMI

 

L’imperatore del Tibet e l’imperatore della Cina sanciscono l’alleanza dei loro paesi e firmano qui un solenne accordo…Tutti vivranno in pace ed armonia per diecimila anni…il patto segna l’inizio di una grande epoca, in cui i Tibetani saranno felici nella terra del Tibet e i Cinesi nella terra della Cina…Il sole e la luna, i pianeti e le stelle sono chiamati a testimoni…
 
 
 
 
 
L’albero di pipal ha le foglie a forma di cuore ed in India, sotto i suoi rami, simbolo del risveglio del Buddha, ogni giorno i pellegrini attendono che leggeri aliti di vento facciano cadere una foglia per poterla conservare come un dono preziosissimo. Il pipal è diventato simbolo dell’illuminazione ed anche a Lhasa, la terra degli Dei (Lha = Dio, Sa = terra), la terra appesa al cielo, alberi secolari sono venerati come divinità e demoni, viventi e silenziosi, che osservano la vita degli uomini di ogni tempo. Anche Lhasa ha il suo albero di fronte al tempio del Jakhang: è un salice dal nome “Chioma di Buddha”, agita le sue foglie e, secondo la tradizione, sarebbe stato piantato dalla principessa cinese Wencheng quando fu costruito il tempio nel IX secolo dopo Cristo del nostro calendario. Al suo fianco svettano due stele che riportano in cinese e tibetano il trattato di pace tra i due imperi citato; sembra quasi una beffa al confronto degli ultimi episodi aspri tra Tibet e Cina rispetto agli oramai imminenti Giochi Olimpici ed ai vani appelli del venerabile XIV Dalai Lama su ipotesi di rispetto e tolleranza reciproca tra i due paesi, in particolare da parte della Cina rispetto al Tibet. Il testo è datato 822 d.C, uno dei momenti più gloriosi e floridi della storia tibetana poiché, a partire da questa data, l’impero tibetano sarebbe decaduto progressivamente dal suo antico splendore e il sole e la luna sono stati testimoni di tutt’altro, rispetto agli accordi presi in quella circostanza.
 
Il Tibet oggi non è infatti solo meta di turisti internazionali e curiosi ma anche di giovani cinesi attratti sinceramente dalla cultura tibetana e dal fascino dei suoi paesaggi incontaminati, rispetto alle realtà sempre più frenetiche delle città del celeste impero. E così la Cina, sotto l’egida del dio denaro ha intuito che il Tibet può essere una risorsa preziosa, come una sorta di esotico luna-park agli occhi del mondo. Non a caso la Lasha più antica, dove gli abitanti sfoggiano con naturale orgoglio i loro vestiti logori e dorati dalla luce, è circondata da una Lasha più veloce e caotica, gremita di hotel e locali che offrono piatti di cucina internazionale. E, in un angolo della città, soprattutto nei mesi invernali e freddi, respingenti per le orde di turisti, si torna a respirare l’odore di burro di yak e incenso che la caratterizza nel profondo. Persino una piccola comunità musulmana resiste alla sua storia, offrendo un’inconsueta vicinanza tra Maometto e Buddha. Qui l’antica e lenta cultura tibetana, legata ad una spiritualità profonda, vicina alla natura, si intreccia a quella arrogante e veloce della Cina, che tutto costruisce e divora. In queste terre si contrappone un conflitto silenzioso tra un mondo di montagne sacre abitate da spiriti insondabili e un mondo di cemento e denaro, a 3800 chilometri da Pechino, il cuore del celeste impero. Qui un lembo di medioevo resiste al nostro tempo, qui è ancora vietato esibire immagini del Dalai Lama e le divinità dell’universo, tra le stanze dei tempi sacri e antichi, talvolta distrutti dalla Rivoluzione Culturale, continuano a parlare al mondo, senza bisogno di parole.
 
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(foto di Silvia Vernetto: www.silviavernetto.it )
 
 
 
 



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