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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 20 - Primavera 2008)
Qui un po’d’acqua.
Laggiù tra gli alberi
il mare!
Sogi (poeta giapponese)
Nella nostra cultura il giardino è stato, da sempre, un’elegante espressione di potere: una sorta di luogo simbolico che l’uomo ha voluto imprimere negli spazi attorno ai palazzi, ai castelli, ai monasteri, attraverso le foglie, le piante, gli alberi, i fiori e i labirinti. Non così in Oriente, dove all’interno del tempio, per esempio, il giardino riveste un ruolo fondamentale, è luogo di pace, di meditazione, sogno di bellezza. L’artificio del giardino giapponese, per esempio, sta nel riprodurre la natura come se fosse incontaminata, il suo segreto è nell’apparente e perfetta spontaneità. Passato il portale del tempio, il giardino dischiude lentamente la sua straordinaria bellezza e nessuno schema geometrico sembra invitare ad una natura ordinata, trionfo della ragione. Camminando, la sensazione è quella di perdere l’orientamento, gli alberi, i ruscelli, i cespugli, le rocce appaiono come in una disposizione casuale, eppure il passo del visitatore è guidato da un percorso ordinato, da una segreta armonia. La forza del sentiero sente di non dovere agire contro la natura perché proprio i suoi stessi elementi possono rivelare l’assoluto. Nei giardini zen si percepisce una strana forma d’apparente disordine, il senso di una profondità che rivela scorci sempre nuovi, che si approssimano passo dopo passo all’oku, il punto ultimo, il più misterioso, il sacro. Vi è una pausa di vuoto nella successione degli spazi visivi, cespugli fitti, boschetti di bambù, siepi, radure che nascondono ulteriori e possibili viste, mete nascoste per chi vuole guardare oltre, con la mente, visioni sempre nuove. Non a caso nella sua struttura architettonica e nei significati simbolici che lo compongono, il giardino riproduce il paradiso: luogo di memoria di un universo segreto in cui il tempo si addensa e contrae e di desiderio struggente che la gioia di una vita amata possano essere proiettati all’infinito. Il visitatore entra in una porta stretta e trova il cammino sbarrato da un fiume simbolo di quello infernale, attraversa un ponte di pietra che ricorda l’arco etereo dell’aldilà. Spesso al centro del giardino si trova un lago, lo specchio d’acqua che riproduce il mare. Vi è un’isola su cui sorge il tempio: è l’isola al di là dell’orizzonte dove vivono gli dei ed i saggi immortali, il padiglione d’oro e d’argento che esprimono nella loro semplicità una luminosa leggerezza dei volumi. Un pino isolato ricorda l’albero cosmico, un gruppo di rocce raffigura la montagna sacra e talvolta si intravede, tra i sassi, una piccola cascata, simbolo di purificazione. In tutte le sue raffigurazioni possibili, i giardini d’oriente restano paradigmi dell’ordine e della perfezione assoluta, animati da danze e suoni in perfetta armonia con la natura, dove i monaci sostano in meditazione, dove il maestro e i discepoli celebrano la cerimonia del the. In questa terra si riproduce il miracolo dell’eterna primavera, di una serenità che sembra essere fuori dal tempo ma che è profondamente legata all’effimero perché il giardino è esso stesso tensione tra un universo incorruttibile e l’avvicendarsi delle stagioni, l’appassire dei fiori, il decadere di tutte le cose mortali. Gli stessi giardini di pietra della tradizione zen esprimono questo simbolismo essenziale nella loro astratta armonia di rocce e luce, nessun eccesso, nessun virtuosismo è concesso ma pura e silenziosa essenza che si apre alla meditazione. In un bellissimo resoconto di viaggio in Giappone, Italo Calvino descrive un giardino di Osaka in cui il percorso termina tra due siepi che nascondono volutamente la vista del mare: solo quando il visitatore si china su una piccola vasca d’acqua per prenderla dal cavo delle mani il suo sguardo incontra lo spiraglio obliquo tra le siepi e gli si apre la vista sconfinata del mare. L’idea del maestro di questo giardino era probabilmente quella per cui l’uomo che si china nella vasca coglie il proprio senso del limite ma, sollevato il viso, sente d’appartenere ad un universo infinito. Tuttavia, come scrive Calvino, ci sono cose che a voler spiegare troppo si sciupano.
(immagine tratta dal calendario 2008 edito dal Tempio Zen Daijo-Ji, Kanazawa, Giappone)
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