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EDITORIALE 18 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 18 - Autunno 2007)

 

 

CIÒ CHE ENTRA ED ESCE DALLA PIETRA

  
L’idea della forza e del potere in Occidente è spesso legata, in architettura, all’uso della pietra. Grandi città, come Gerusalemme, Petra, Atene, Roma, sono state costruite con la pietra e sulla terra, fondate nel bisogno di fermare il tempo e sfidarlo con un segno caparbio e tangibile, esuberante e volitivo, che sappia resistere alla memoria delle civiltà future. Non così in Oriente invece, dove questa logica viene sofisticatamente ribaltata perché nulla come la pietra rivela la sgretolante potenza del tempo sull’uomo. In Giappone, in particolare, il palazzo, la piazza, il tempio e il mercato sono fondati sull’architettura dell’impermanenza, come scrive Massimo Raveri in “Itinerari del sacro” (Cafoscarina ed., Venezia, 2006). I templi sacri, in particolare, rivelano la percezione acuta del decadimento, il senso della precarietà degli esseri, l’ansia di mutare di ogni cosa vivente. Per questo in Giappone l’uso dei materiali è volutamente semplice, dimesso, soggetto alla consunzione: la paglia del tatami, la carta delle porte scorrevoli, materiali effimeri nella loro fragile bellezza. Nella prassi religiosa, anzi, è radicata l’abitudine a distruggere ciclicamente l’architettura del sacro e a ricrearla identica in un altro luogo: quando le tracce dell’edificio si manifestano nella loro immedicabile decadenza si ricomincia da un’altra parte, e la costruzione entra in sintonia con lo scorrere del tempo perché accetta di essere fatta della stessa natura che governa le leggi del divenire, dell’effimero e dell’assoluto. Tutti gli edifici storici, non solo religiosi sono frutto di questo processo che a noi sembra un paradosso, costruzioni nuove e antiche allo stesso tempo, come alcune delle “città invisibili” di Italo Calvino, come “Eutropia”, che non è una ma tante città e dove gli abitanti stanchi dei ruoli e delle relazioni intrattenute si spostano in un altro luogo dove tutto è di nuovo possibile, nuovi fili e colori, scambi, conflitti e amori, o dove come a “Leonia”, gli abitanti stanchi di accumulare oggetti e percezioni del loro passato li reinventano e ricreano in una città nuova e sfavillante, al riparo dalla consunzione e dalle leggi impietose del tempo. Città che si restringono e dilatano, che contengono tutto il loro splendido passato come scritto sulle linee di una mano, negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nelle scale e negli angoli delle piazze, pronte a ricreare, ad ogni istante, loro stesse. L’esperienza religiosa nipponica dunque asseconda la logica dell’impermanenza e la accelera, come al termine di alcune cerimonie gli oggetti ed i contorni dei rituali vengono bruciati per essere ricreati ancòra nella festa ed nella consacrazione successive. Solo così la dimensione sacra “permane” nei suoi momenti di massimo splendore oltre il tempo che l’ha generata e accolta. La realtà di questi istanti si rivela nella sua assoluta purezza e ricalca la dimensione spirituale del makoto, di concentrazione della mente e di essenzialità interiore dell’uomo: il luogo del sacro diviene specchio terso e senza macchia come l’anima stessa di chi si raccoglie in preghiera e meditazione. Da questa corrispondenza nasce il rispetto per un’estetica della semplicità che è in fondo quella per la natura, per i suoi volumi e profili, per la sua armoniosa e nitida irregolarità.
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