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EDITORIALE 16 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n. 16 Primavera 2007)

 

COME L’ACQUA E IL SERPENTE

La Cina, da qualche anno, è presente nell’economia e nella realtà dell’Occidente con forza inquietante. Sebbene la sua storia millenaria sia stata molto differente dalla nostra e a quest’ultima a lungo indifferente (il termine che traduce “filosofia”, zhexue , per esempio, mutuato dal giapponese, appare in Cina solo alla fine dell’XIX secolo). Il pensiero cinese inoltre, diversamente da quello greco, non sviluppa i ragionamenti in modo consequenziale, a partire da un’idea, in termini di esclusione vero/falso, essere/non essere, ma di uguale ammissibilità di tutto. Paradossalmente rispetto alla nostra visione del mondo, saggio è colui che non rifiuta nulla ed è capace di adeguarsi incessantemente al mutare delle situazioni e dunque dei pensieri. La saggezza cinese non ha progresso, non si fonda su un arché (principio fondante) perché una volta posto tutti i giochi sarebbero fatti ed il pensiero sarebbe in una trappola da cui non riuscirebbe a sottrarsi. Nella saggezza cinese dunque le contraddizioni non sono insanabili ma consentono alternative e la verità non ha carattere esclusivo, assoluto ed eterno: consente in sapienti dosaggi, l’accumularsi di un principio sull’altro, nel senso cosmico dello Yin (principio femminile) e dello Yang (principio maschile). Le idee non vanno descritte, circoscritte e delimitate ma ci si accosta ad esse senza pretendere di afferrarle. La stessa lingua cinese non è flessiva ed ogni parte del discorso non è governata da un genere, da un numero, da declinazioni e coniugazioni, perché le relazioni tra le parti sono indicate soltanto dalla loro posizione nella catena della frase. In confronto alle lingue indeuropee uno degli aspetti più vistosi del cinese antico è infatti l’assenza del verbo essere e sapiente è colui che non stabilisce ciò che è, o non è, ma tutto quello che potrebbe essere (è interessante per noi pensare che anche che in quest’ottica d’idee, dal punto di vista militare, manchi l’ipotesi di uno scontro frontale tra l’individuo e le forze a lui avverse). L’inclinazione di questa filosofia dunque è l’obliquità e l’accento delle cose cade piuttosto su ciò è neutro ed inappariscente. Se in definitiva il pensiero occidentale tende ad interpretare la realtà su modelli logici quello cinese considera ogni situazione in trasformazione continua per cui, piuttosto, occorre conoscere il suo potenziale inespresso: come una balestra carica, come il drago o il serpente che con i loro corpo flessibile si adattano alle variazioni della terra o come l’acqua che assume ogni forma, aggira gli ostacoli invece di contrastarli e una volta accumulata la sua massima energia, trascina e distrugge case e massi. In termini diplomatici e tattici l’immagine del cinese che aspetta di vedere passare il cadavere del suo nemico sulla riva del fiume esprime tutt’altro che passività ma un diverso modo di vivere l’esistenza. Un punto di contatto tra la cultura cinese ed il pensiero occidentale potrebbe essere individuato semmai nella visione di Machiavelli (R. Bodei, Una scintilla di fuoco, Zanichelli, Bologna 2005) per cui ogni previsione di guerra viene smentita dalla realtà, ma anche in questo caso ci si riferisce a situazioni eccezionali e non quotidiane. Al contrario: nella tradizione cinese non è contemplato un modello di individuo che schiva e si oppone alle situazioni semplicemente perché “l’uomo perfetto è senza io” ( Zhuang-zi, 15).
          
(opere originali di Qing Yue - C. Giancovich)



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