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di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.15 Inverno 06/07)
IL BRUSIO DEL MONDO
Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare
Solo quando la lingua scompare si comincia a vedere.
P. Groening, Il grande silenzio.
Il racconto "Un re in ascolto" di Italo Calvino (in “Sotto il sole giaguaro”, Mondadori, Milano, 1992), descrive l’immaginaria e poi letterale prigionia di un sovrano nella propria reggia silenziosa. Tutto nella sua ovattata esistenza passa attraverso gli impercettibili rumori, i brusii e i sussurri che si propagano nelle stanze, le parole bisbigliate e i suoni emessi dai sudditi, i fruscii dei vestiti, l’eco dei venti lontani che muovono le foglie dei giardini imperiali. Il re è “costretto” all’ascolto per esercitare il suo potere di controllo e si libera da questa condizione (ma non è detto che decida infine di farlo) nell’intermittente fuga di un canto di donna. Un esercizio, quello del silenzio e dell’ascolto, che al contrario nelle società dell’Occidente di oggi diviene un privilegio ed una condizione rara, poiché viviamo, senza possibilità di scampo, in tempi sovrastati dal rumore e dalla cacofonia ed in cui molteplici strumenti della tecnologia imperante (videocellulari, MP3 e quant’altro) ci seguono come protesi permanenti che ci espongono al continuo contatto visivo ed acustico, all’incessante e debordante eco del mondo. Persino i richiami e le suggestioni del silenzio in luoghi di vacanza esotici come i monasteri ed i conventi non sembrano più tali, sottoposti anch’essi a fenomeni di massificazione turistica cosiddetta “alternativa”. Il chiasso sembra oramai parte integrante della nostra esistenza individuale e sociale ed ancora peggio rappresenta un processo ineluttabile nel percorso formativo dei giovani, tanto che è oramai difficilissimo cercare di educare nella scuola, per esempio, proprio all’abitudine dell’ascolto e del silenzio. Le parole urlate connotano gli spazi televisivi e radiofonici e ci obbligano ad una allucinata sottomissione acustico-visiva in cui non è consentito un posto silenzioso e vuoto, al riparo da questa brutale esteriorità esibita ed in cui sia consentito il raccoglimento semplice e nitido dell’anima, come ha annotato con acume il filosofo Umberto Galimberti in un recente intervento su "La Repubblica". Senza neppure il nostro esplicito consenso, quest’invasione indiscreta di immagini e parole ci costringe ad una partecipazione forzata, a ritmi assordanti che non sempre ci sono affini e finisce per divenire una sorta di sfondo permanente su cui è ardua impresa ritagliare brandelli di pause e leggère sospensioni per ritrovare sé stessi. Per cui, seppure con timidi accenni di introversione, ognuno scopre in fondo al proprio animo non molte differenze rispetto a quanto scorre sugli schermi di casa propria: una sorta di orrendo e ripetitivo monologo collettivo in cui ci scopriamo, gioco forza, conformi all’animo dell’altro. Sono questi i margini di comunicazione e libertà più diffuse che ci è dato di vivere dalla nostra civiltà rispetto alle altre e di cui forse non è il caso di essere fieri e ulteriormente compiaciuti.
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