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EDITORIALE 14 PDF Stampa E-mail

di Mariangela Valentini (tratto da BioGuida n.14 Autunno 2006)

 

LA TAZZA E IL BASTONE

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
“Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?” chiede Kublai Kan.
“Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra” risponde Marco,
”ma dalla linea dell’arco che esse formano”.
Kublai rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:
“Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa”.
Marco Polo risponde: “ Senza pietre non c’è arco...”.

Italo Calvino, "Le città invisibili"


Le filosofie orientali hanno tardato ad approdare in Occidente. Sebbene già Alessando Magno, nel III secolo a. C., portò con sé dai suoi viaggi in India un “gimnosofista” (sapiente nudo) noto per l’acume e la concisione delle sue risposte, come racconta Plutarco nelle sue "Vite di Alessandro". E’, tuttavia, solo nell’800, con il filosofo tedesco Schopenhauer, che il pensiero indiano incontra quello europeo. Legato ai Veda (termine che in sanscrito significa “scienza”, insieme di opere religiose composte tra il 1800 e 1500 a. C.) il pensiero che ne scaturisce ha determinato il rapporto tra l’uomo e il cosmo, insistendo sull’esistenza di una coscienza universale che sottende tutti gli esseri. Nella tradizione induista, pertanto, si perviene alla salvezza mediante vidya , una conoscenza certa che aiuta l’individuo a liberarsi dal ciclo delle rinascite. La vita ha origine da Upanisad (il principio vitale di ogni essere senziente che talvolta si identifica con brahaman, la forza genertatrice del Tutto, l’Assoluto) e da atman, che vuol dire Sé, o soffio vitale, e la cui radice è identica al tedesco atmen, “respirare”, così come anima in latino corrisponde al greco anemos, “vento”: nel senso che in ogni caso si smette di vivere quando non si respira più. Nel buddhismo invece - a lungo ed erroneamente interpretato in Occidente come una forma di nichilismo - la dottrina dell’anatta (atta in pali corrisponde all’atman in sanscrito), ossia del Non sé, implica piuttosto che nessuna realtà è autonoma, isolata ed autosufficiente, è sempre inserita in una trama di relazioni con tutto ciò che è “altro” da sé ed il Sé esiste solo all’interno di questo sfondo esistenziale e costitutivo, in perenne divenire. Di qui la via della saggezza coinvolge il corpo, la mente e il respiro appunto: le invocazioni al dio Savitar, “colui che stimola il pensiero e la vita”, le tante modalità di preghiera e concentrazione (la gayatri) oppure la frequente ripetizione di formule sacre (mantra) ne sono un esempio. Nel buddhismo (e nel buddhismo zen in particolare) però, l’accento cade spesso sulla pratica dell’esistenza in modo semplice ed essenziale: “Maestro, ti prego, insegnami la vera essenza del Buddhismo - implorò un giorno un discepolo – rispose Josshu: Hai finito di mangiare? Si, Maestro, ho finito. Allora va a lavare la ciotola” ("La tazza e il bastone", T. Deshimaru, Milano, SE, 2003). Come nelle religioni Indù, anche nel buddhismo ogni uomo è responsabile delle azioni compiute ed erede di tutte le vite precedenti, la cui sequenza può essere spezzata solo se è capace di sradicare il desiderio e l’attaccamento alle cose ed agli affetti terreni, uscendo dalla ruota del samsara, dal flusso incessante dell’esistenza. Alla domanda del re Milinga “Che cos’è il samsara?”, il Bodhisattva Nagasena risponde: “Accade come per il mango, di cui si pianta il seme per mangiare il frutto. Quando il grande albero è cresciuto e ha fruttificato, gli uomini mangiano i frutti e poi piantano i semi. E da tali semi nasce un grande albero di mango che fruttifica. Perciò il mango non avrà mai fine”. ("La tazza e il bastone", op.cit.)

(disegno e copertina di Cristina Bernazzani)





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